sabato 13 luglio 2013

Zoo col semaforo - Paolo Piccirillo

E’ uno strano libro.
paolo piccirillo - zoo col semaforo
Un romanzo con una trama ben definita, intervallata da una sfilettata di racconti, “ storie di animali che fanno cose strane, senza motivo, lontane da quelle che per natura quegli animali dovrebbero fare, eppure lo fanno. Perché devono farlo, come se esistesse dentro di loro qualcosa di incontrollabile, che non è l’istinto a cui obbediscono sempre, ma un altro istinto; l’altra faccia dell’istinto.” 
Racconti come avulsi dalla storia, e invece no. 
Uomini come animali. Animali come uomini. 
Raccontare la trama ne sminuirebbe l’impatto, la scia di sensazioni che lascia. 
Cosa dico, che c’è un pitbull che azzanna un bambino, e il pitbull è il rimorso/ricordo di un altro cane e di un altro tempo per Slator/Salvatore? 
Che il pitbull condannato a morte da chi ha assistito all’azzanno viene curato e accolto da un uomo che ha visto morire il proprio figlio azzannato da un altro pitbull? 
Descrivo la desolazione e il dolore e la solitudine che sprizza da uomini come Carmine ‘o schiattamuort e Salvatore/Slator ‘o rugnus, e dalle comparse che vivono nelle lande desolate del Casertano e del villaggio albanese? 
Racconto della poetica possenza di alcuni racconti (la campagna azzurra, il falcopensiero) di-spiegandoli? 
Certo è che per essere un’opera prima è davvero un buon lavoro, un lavoro di “intuizioni”. 
E le intuizioni spesso non hanno parole che possano spiegarle. 
Quello che resta è il senso dell’ineluttabile, un drammatico e cupo senso dell’ineluttabilità dei destini.

lunedì 8 luglio 2013

Oh, boy! - Marie-Aude Murail

Ho sempre pensato che un ottimo modo per distruggere il germe del piacere della lettura nei gggiovani sia quello di dare in pasto ai garzoncelli scherzosi moralissimi mattoncini che li rendano edotti riguardo i problemi del mondo: ci tengono i ragazzini - e fanno bene - alla spensieratezza.
Ma intanto si deve pure farli crescere consapevoli di questo e quello e quell’altro e ancora e ancora.
(i cittadini di domani, eh)
Da tutto sto sproloquio si potrebbe dedurre che “Oh, boy!” non è un libro per ragazzi.
E invece cade a fagiuolo.
A fagiuolissimo.
E’ l’eccezione che conferma la quasi regola.
Sottende tematiche delicatissime e importanti (l’omosessualità e il diritto all’adozione, la violenza domestica, la malattia – e che malattia, marò) con il tono e la leggerezza non tanto della fiaba quanto con quello di una sit-comedy, senza la raffazzonatura e la faciloneria che spesso contraddistingue il genere televisivo (e tantissima letteratura per ragazzi).
E’ forse l’ironia, la chiave di volta che tiene in equilibrio (questo sì, ha del favoloso) una storia che sarebbe fin troppo drammatica e melassosa se non fosse stemperata dalla esuberanza e dalla straordinarietà dei personaggi; è impossibile non affezionarsi ai fratellini Morlevent - il genio, la genietta e l’ingenua bambolina- , e a Bart, il cinico, l’egoista, il bello, lo scumbinato ( tanti cuoricini per Bart).
E’ impossibile chiudere il libro senza provare il rammarico di non poter seguire il vento dei Morlevent, brezza o tempesta, un anno ancora, due, tre, dieci, per verificare se la tenue speranza con la quale si chiude il sipario diventerà lieto fine.

giovedì 4 luglio 2013

Tutti i fuochi il fuoco - Julio Cortázar

Le modalità narrative di "Tutti i fuochi il fuoco" mi hanno ricordano moltissimo quelle della raccolta "Tanto amore per Glenda", dominata dalla fusione e dalla con-fusione tra passato e presente e luoghi distanti, tra sogno e realtà.
Cortázar - Tutti i fuochi il fuoco
Però sono pochi i testi che svicolano dall’impressione del troppo costruito, del forzato, dell’esercizio di sperimentazione letteraria, in particolar modo l’artificio è evidente in quello che dà il titolo alla raccolta e in L’altro cielo, dove il lavoro di montaggio dei piani temporali diversi è troppo svelato e palese, dove la “finzione” è troppo evidente perché possa scattare una sorta di empatia emotiva, di stordimento, di sorpresa, di fascinazione che vada oltre quella del oh, ahh, ma che bravo a scrivere così e cosà.
Ho trovato invece belli e suggestivi “Il sogno di un’isola” che racconta di un’anomala ossessione, e "L’autostrada del Sud". 
A quest’ultimo si sono ispirati anche i registi Godard e Comencini. 
Da una situazione apparentemente ordinaria - un cacchio di traffico sull’autostrada che fa avanzare la spianata di auto di mezzo centimetro al minuto e manco quello per ore e ore intere - si scivola in una sorta di orribile incubo, incastrati per un tempo indefinibile in un non-luogo. 
Non un fine settimana, non un mese, ma intere stagioni durante le quali si alternano afa e neve sui tettucci delle auto che si trasformano in ospedali da campo, in alcove, in bare. 
Un tempo e un luogo sospeso in cui l’uomo si riappropria di una socialità nuova e più profonda. 
(non è possibile vivere da soli) 
E quando l’incubo dell’ingorgo si scioglie e si scioglie la comunità coatta degli automobilisti, resta il rimpianto di aver perso qualcosa, qualcosa che non si potrà mai più riavere, mai più riprovare. 
Solidarietà e amore, forse. 
La capacità di riorganizzarsi, di soprav-vivere fuori dagli schemi, e l’insofferenza al contrario per tutto ciò che è norma.

Comunque. 
Ho avuto un’illuminazione. 
Una specie di bolla verde luminescente seguendo la quale sono– le rivelazioni e le gnosi sono universalmente valide solo per chi è stato illuminato - giunta alla percezione della verità. 
Cortázar è un fama che vorrebbe essere disperatamente un cronopio. 
(le Storie di cronopios e di famas sono la sua opera più bella)

domenica 30 giugno 2013

Madre notte - Kurt Vonnegut

Madre notte è la fittizia autobiografia di Howard W. Campbell jr, internato nel carcere di Gerusalemme in attesa di essere processato dalla Repubblica di Israele per crimini di guerra. 
Ma chi è veramente Howard W. Campbell jr.? 

E’ solo la figura intellettuale di spicco della propaganda antisemita e nota voce della radio nazista, o, come sostiene, un agente dello spionaggio americano che, attraverso la modulazione vocale, informa gli alleati dei movimenti dei tedeschi? 
A me non importa. In entrambi i casi è una figura biasimevole. 
Dando per buona la sua versione dei fatti, ovvero che è una spia al soldo degli americani, è biasimevole ugualmente. Fa dell’inautenticità della vita la sua personale modalità di relazione con il mondo. Campbell aveva la sua ragione di vita nello Stato di due, nella relazione con la moglie Helga. Disprezzava il resto del mondo, offuscato dal sublime miracolo di una fede senza dubbi, che non riconosce le sue intrinseche contraddizioni. La falsità, l’inganno come codice di vita. “Non mi sono mai detto posso fare a meno di questa o di quella realtà”. 
Spie, ingannatori sono anche le persone più vicine a Campbell, l’amico Heine Schilaknecht, l’innamorata Resi, il vicino di casa Kraft . 
Poi un’idea guizzante come un’anguilla s’insinua, e guardi oltre i personaggi che vivono il libro, cogli il mondo in cui essi agiscono. Ed è un mondo orribile. 
Tutti sanno e sono - se non complici - indifferenti. 
Campbell riferisce rispetto alle idee antisemite che propagandava alla radio nazista: “non ci credevo, sapevo fin troppo bene di dire cose stupide, distruttive, e così ridicole da essere perfino oscene”. 
Ma tanti ci hanno creduto, o hanno fatto finta di niente. 
Madre notte non è solo il riferimento tratto dal Faust di Goethe che Campbell attribuisce a se stesso. 
Madre notte è il dominio dell’indifferenza, dell’oblio dell’evidenza, il dissolversi della chiarezza e dell’onestà. 
La notte cala troppo spesso sull’anima e sulla mente degli uomini, che fanno qualunque cosa per uscirne vivi, mentendo o seguendo braccia forti da cui si può essere stritolati, nascondendosi negli angoli, appiattendosi ai muri. 
A me tutto questo non piace affatto. Non mi piace la fede senza domande e soprattutto non mi piacciono l’assenza di coerenza, la mancanza di coraggio, l’indifferenza e l’indifferenziato.  
Tra bene e male c’è differenza. 
E si può scegliere. 
Voglio credere che si possa sempre scegliere tra bene o male. 
Campbell, lei è colpevole, in ogni caso.

sabato 29 giugno 2013

Il partito preso delle cose - Francis Ponge

Descrivere la matericità, la fisicità del mondo in una prospettiva che escluda il dato sentimentale, affettivo, filosofico, concettuale, per concentrarsi sulla "essenza" delle cose, e guardarle con occhi nuovi.
Ponge induce a osservare la materia e a percepire le "cose" in modo tale che il lettore-soggetto pensante, sia sospeso e messo a parte di fronte alla "evidenza" ontologica degli oggetti descritti. 
Le descrizioni danno a forme note (l'acqua, la candela, una giovane madre, il pane) una sorta di "vitalismo" anomalo, surreale. 
Non solo alberi e animali e persone, ma anche le pietre e i "ciottoli", materia inorganica per eccellenza, sono forme vitali inserite nel grande circuito del divenire universale, dotate di "evidenza" propria. 
E' questo il tentativo messo in atto da Ponge. 
Una sorta di "neo-naturalismo materialista"che invita a "riproporzionare" l'umanità, e "Appunti per una conchiglia" ne è il manifesto (ed uno dei segmenti più riusciti). 
Tuttavia. 
Il titolo originario del libro è "Parti pris des choses, compte tenu des mots". 
Non si può fare a meno di "descrivere" senza tener conto del linguaggio, delle parole. 
Molte, troppe pagine "grondano" di retorica. 
(di insostenibile retorica)


* altre divagazioni e alcuni poemetti



giovedì 20 giugno 2013

Diario di Irlanda - Heinrich Böll

In 50 anni cambiano moltissime cose. 
Soprattutto se i 50 anni in questione sono quelli che separano l’oggi dalla metà del secolo scorso. 
(25 anni vedevo come fantascientifica, nonché desiderabilissima, l’ipotesi di poter telefonare e vedere contemporaneamente le facce, che certi silenzi, certi borbottiì, senza gli occhi non riuscivo a decodificarli)

L’Irlanda raccontata da Boll nel 1957 era diversa da quella di adesso. 
diario d'irlanda - boll
Di sicuro ora si emigra di meno, di sicuro ci sono meno preti in giro, di sicuro le donne, “le creature operose di questa terra”, hanno trovato posto nelle bettole tra il whisky e la birra. 
In epigrafe al libro Boll scriveva: “Questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore.” 
Sono contenta di esserci andata prima di aver letto il libro. 
Dominano i miei ricordi il verde e la pioggia dolce, i cimiteri trafitti da centinaia di croci celtiche, l’attesa che un lepricano spuntasse da un sasso muschioso degli infiniti pascoli (è incredibile quanto sia verde, l’Irlanda, anche alle porte di Dublino) e quel gusto che definirei “pittoresco” prendendo a prestito il termine dalla storia dell’arte, nel lasciare in stato di finto abbandono le rovine delle antiche abbazie.
“…non si avverte traccia alcuna di violenza. Il tempo e gli elementi con infinita pazienza si sono divorati tutto quello che non era pietra e dalla terra crescono cuscini su cui le ossa si posano come reliquie: il muschio e l’erba.”

Se l’avessi letto prima, non l’avrei trovata, l’Irlanda di cui Boll racconta, perché mi sarei ostinata a cercarla. 
E invece.
“IL folklore è un po’ come l’ingenuità: quando ci si accorge di averla, si è già perduta”

sabato 15 giugno 2013

Una sposa conveniente - Elsa Chabrol

«Non voglio che altri lesinino sulla mia lapide o scrivano chissà cosa. Così sono sicura che non ci saranno errori.»
Aveva dunque scelto con cura dei caratteri stilizzati:
JULIETTE VIALAS 1904-2004
Fui come siete, sarete come sono “

La lapide di Juliette è in bella mostra nella sala, accanto al televisore. 
Elsa Chabrol
Certo, avrebbero dovuto cancellare e riscrivere la data di morte, ormai il 101 compleanno era stato superato e la vecchiarda era ancora in piena forma.

Juliette è un personaggio formidabile, così come tutti gli altri abitanti di Polingeac, un borghetto sperduto nelle Cevenne, collegato al resto del mondo dal televisore e dalla automobile dell’unico giovincello ultraquarantenne rimasto in paese, Pierrot. 
E’ lui che si occupa di fare la spesa e portarla a domicilio e si prende la briga di tutte le riparazioni occorrenti – tetti, lavandini, cavi elettrici - ai suoi quattro compaesani –anzi, per l’esattezza ai suoi nove compaesani.

Così come si irrigidiscono le articolazioni, un cric ad ogni passetto, così si irrigidiscono le posizioni mentali, nei vecchi. 
Si impuntano, fanno dispetti. 
Perdono l’elasticità mentale, la capacità di aprirsi agli altri. 
Diventano sommamente egoisti. 
(nonché scassacazz)

A Pouligeac i vecchi si detestano più o meno tutti, e i rapporti di vicinato sono inesistenti: ognuno è rinchiuso nella monade della propria cocciutaggine. 
Negli anni si sono inaspriti i rancori, e l’incapacità di scambiarsi anche il saluto diventa abitudinaria come il clap dell’orologio. 
Solo un evento straordinario – manco la guerra, figurarsi un funerale – riesce a scuotere i vecchiardi dalla loro chiusura. 
C’è un pericolo da sventare, un terribile pericolo contro cui fare corpo comune: trovare una donna al Pierrot aggiustatutto per evitare che se ne vada dal borghetto, pena la propria sopravvivenza. 
Un moto niente affatto altruistico, la verità.

La vicenda, raccontata con ironia e briosità, non andrà proprio secondo i piani, ma alla fine tutto si concluderà bene. 
In questa fiaba dolce e sarcastica ci sono molti luoghi comuni, ravanati fin al fondo del barile, però la leggerezza e la caratterizzazione straordinaria dei personaggi, Juliette e Léonie la talpa sopra tutti, fanno chiudere un occhio. 
Anzi, strizzarlo.
(magari fossero tutti davvero così, i vecchi)

domenica 9 giugno 2013

Educazione siberiana - Nicolai Lilin

Ho fatto fatica a terminare questo libro. Ho dovuto resistere alla tentazione di abbandonarlo, perché mi ha inquietato, indignato, offeso. Mi ha costretto a superare delle vere e proprie barriere mentali. 


Prima barriera. 
Ho dovuto accettare che il contenuto della narrazione è vero. Ed è vero, come è vera la mia realtà, che è anche quella di Gomorra. Con una differenza sostanziale: Saviano racconta ciò che sa e deduce, Lilin racconta ciò che ha fatto  e gli hanno insegnato e raccontato. 
Educazione siberiana è il racconto autobiografico   di Nicolai Lilin, criminale onesto, cresciuto in Transnistria, ex URSS, ora stato indipendente ma non riconosciuto , situato tra la Moldavia e l’Ucraina. Economia “legale” basata sul commercio d’armi. 
(mica sapevo che esistesse la Transinistria, e invece pure esiste, anche se de facto, come dice Wikipedia)

Seconda barriera. 
Lo stile. Chissenefrega. Scritto di propria mano, con l’aiuto di un curatore, sotto dettatura, ma chi se ne frega. Nicolai da bambino, nelle risse, taglia “ai nemici” i legamenti dietro le ginocchia con il coltello, da adolescente crivella di proiettili di una Nagant un’auto con cinque persone nude dentro. Pretendere, dal racconto di un tale modus vivendi, uno stile curato, colto e articolato è mettersi a pettinare le foche e a fare le treccine ai calvi. 

Terza barriera. 
Il mondo criminale non è omogeneo: ci sono criminali onesti. Questo è stato il paradosso più difficile da digerire, l’ossimoro più complesso da comprendere. Lilin è cresciuto nella comunità criminale degli urca siberiani, criminali onesti che disprezzano la criminalità “disonesta”. 
Gli Urca siberiani sono duri e puri perché difendono la loro integrità culturale. E la difendono da chi viola le regole siberiane: nessun offesa alla religione, nessun offesa all’autorità degli anziani, nessuna offesa ai disabili, considerati voluti da Dio e perciò accolti e protetti dalla comunità, nessuna offesa alla comunità, nessuna offesa alla libertà individuale se codificata dal gruppo. Per questo motivo, nessun accordo con i criminali disonesti, che preferiscono la logica individualistica del profitto a quella familistica della condivisione e del sostegno reciproco, e soprattutto nessun accordo con la criminalità di Stato, che già in età stalinista ha sradicato la comunità attraverso le migrazioni forzate, e obbliga per legge al lavoro, obbliga alla leva, sfrutta il lavoro degli umili e le ricchezze della terra. 
Ma chi è “maleducato”, per un siberiano, ci rimette la pelle. 

Quarta barriera. 
Superare l’orrore della violenza, soprattutto quella del carcere minorile, e quella dell’ospedale. 
Tutti, guardie e criminali, criminali e infermieri, accumunati da una brutalità impietosa. Ma non vedere non cancella ciò che c’è o c’è stato. 

Quinta barriera. 
Riconoscere che Il mondo criminale, in tutta la sua scala gerarchica, è dannatamente esecrabile, ma il resto del mondo spesso non lo è di meno. 


domenica 5 maggio 2013

Treno di notte per Lisbona - Pascal Mercier


“Questa è l’introduzione» disse il libraio e cominciò a sfogliare il libro. «E così, a quanto pare, comincia, capitolo dopo capitolo, a scavare alla ricerca di tutte le esperienze sepolte. Essere l’archeologo di se stesso. Ci sono capitoli di parecchie pagine, e poi altri brevissimi. Qui, per esempio, ce n’è uno composto di una sola frase.» Tradusse: Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è 
in noi, che ne è del resto? “

[Il resto è niente]
Il professore Raimund Gregorius è capa e lingue morte. 
Così talmente capa e lingue morte che fuori dall’ambiente accademico non se lo fila nessuno. 
Un giorno gli succede una cosa straordinaria. 
Salva una donna che tenta di suicidarsi gettandosi da un ponte, se la tira dietro, fradicia e zuppa, nel liceo dove insegna, a Berna, sotto gli sguardi attoniti degli allievi. 
La donna è portoghese. 
Pronunciando la parola portugues gli apre gli occhi su un mondo nuovo, un mondo fatto di parole, ma commette un errore. 
Un gravissimo errore. 
Invece di scrivergli sulla fronte un indirizzo, gli scrive un numero di telefono. 
E gli orafi delle parole i numeri non li cacano proprio. 
Sicchè, questo straordinario fatto che gli capita, alla fine del romanzo proprio non conta.

La donna del ponte –spoiler spoiler spoiler - è un bizzarro espediente narrativo piazzato come cavolo a merenda (uammamà, che banalità da romanzetto rosa sarebbe stato raccontare di un colpo di fulmine e della spasmodica ricerca della femme fatale) affinchè il protagonista intraprenda il viaggio di notte per Lisbona, munito di libro, il libro magico di cui sopra donato generosamente dal folletto libraio, a cui aveva rivelato di voler sapere qualcosa di più sul Portogallo.
Il professore parte e si mette alla ricerca. 
Alla ricerca di cosa è arduo dire. 
Di se stesso, del sè che sarebbe potuto essere, del tempo che non c’è più, delle infinite possibilità e impossibilità di rifondarsi, di una lingua pura e nuova. 
In ogni caso e per ogni evenienza la guida è il libro – IL LIBRO – e dunque la ricerca non può che dirigersi in primis verso la ricostruzione di vita morte e miracoli del suo autore, Amadeus Ignazio De Almeida Prado. 
Amadeus oltre al libro scrive mappatone di lettere e di fuglitielli gelosamente conservati dai destinatari e dai custodi della memoria e generosamente tirati fuori - un foglietto alla volta però – e dati in ispirata lettura al professore ad ogni incontro (quanti incontri), affinchè possa ricostruire tassello dopo tassello ogni passo della vita soffertissima e dolente dell’autore. 
Eh, regime totalitario di Salazar, mica la bambagia svizzera nella quale il professore aveva sempre vissuto.

La storia di Amadeus non sarebbe neanche male, se non fosse così impapocchiata dentro la storia del professore errante, se non ci fossero ad ogni piè sospinto quintalate di filosoficheggiamenti e drammoni esistenziali propinati al lettore sotto forma di quaestio così impostate: 
“Esiste Un mistero sotto la superficie dell’agire umano? Oppure gli uomini sono tali e quali ce li mostrano le azioni, così come esse si manifestano nella loro evidenza? Ma che succede quando ci accingiamo a comprendere qualcuno nella sua interiorità? È questo un viaggio che giunge mai al suo compimento? L’anima è un luogo costituito da realtà di fatto?” 
” E davvero gli importava di sapere – gli importava realmente – che cosa pensavano? Il fatto di non saperlo dipendeva dalla sua testa provata dall’insonnia o stava invece per acquisire consapevolezza di una estraneità che era sempre esistita, ma nascosta dietro rituali sociali?” 
“Quand’è che le cose cambiano? Quando quel viluppo comincia a stringerci più forte fino a soffocarci? In che punto si riconosce la sua lieve, ma inflessibile pressione che ci fa capire che non verrà mai meno? Dove lo si riconosce negli altri? E dove in se stessi?” 
“Quanto dura un mese?” 
“La solitudine che paventiamo: in che cosa consiste in fin dei conti? Nel silenzio di rimostranze sottaciute? Nel non dover più avanzare con cautela, trattenendo il respiro, sul campo minato delle bugie coniugali e delle mezze verità fra 
amici? Nella libertà di non avere nessuno davanti a sé quando si pranza? Nell’abbondanza di tempo che si dischiude quando ammutolisce il tambureggiamento degli appuntamenti? Non sono tutte cose meravigliose? Uno stato paradisiaco? In cosa consiste allora il timore? Non si tratta alla fin fine di un timore che sussiste per il solo fatto che non abbiamo esaminato a fondo il suo oggetto?” 
E’ meglio l’uovo o la gallina? (no, quest’ultima l’ho aggiunta io)

Nel libro sono citati esplicitamente “ L’uomo che guardava passare i treni” di Simenon e “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” di Pessoa. 
Ebbene, niente di più lontano da entrambi, nonostante vi si riconoscano moltissimi debiti e prestiti.

“Il kitsch è la prigione più insidiosa di tutte. Le sbarre sono ricoperte d’oro – l’oro dei sentimenti irreali e semplificati – tanto che le si scambia per le colonne di un palazzo.“
Parole boomerang: Treno di notte per Lisbona è un libro kitsch.


altre divagazioni

mercoledì 1 maggio 2013

Signora in rosso su fondo grigio - Miguel Delibes


“Io non so immaginare la mamma come una maschera, a sbavare in un ospedale psichiatrico o paralizzata per il resto della vita. Se la morte è inevitabile, non sarà stato meglio così?”

Miguel Delibes

E’ una domanda aperta, la conclusione del romanzo.
(Io ho la mia risposta. Non ci si rassegna alla morte, ma è ancora più  difficile rassegnarsi alla non vita).
Il narratore, un artista in preda al vuoto creativo e affettivo, ripercorre le tappe della sua vita –la malattia e al morte di Ana, sua moglie -  raccontando/raccontandosi  come in una lunghissima lettera rivolta alla figlia,  di ritorno dal carcere, detenuta  per motivi politici ( sono gli anni della fine del franchismo in Spagna).
Il ritratto della signora Ana è quello di una donna “che con la sua sola presenza alleggeriva il peso del vivere”, discreta e gioiosa, un tocco di farfalla.
Ana è madre di una  caterva di figli;  ma a quasi 50 anni è sottile e slanciata, non  un filino di ciccia o una smagliatura, bella e tosta, come una ragazzina.
La malattia le avrebbe  lasciato segni: paralisi del volto, tuttavia sempre meglio di un chilo in più.
Un imprevisto, dopo l’intervento chirurgico, le impedirà di invecchiare.

 “Quando qualcuno di indispensabile ti lascia per sempre, rivolgi gli occhi dentro di te e non trovi altro che banalità, perché i vivi, paragonati ai morti, risultano insopportabilmente banali. (…) Un giorno ti accorgi che chi ti aiutò a essere quello che sei non è più al tuo fianco e allora ti duoli inutilmente della tua ingratitudine. Forse le cose non possono andare diversamente, ma è così difficile da accettare. L’impossibilità di poter recuperare il passato e correggerlo è una delle limitazioni più crudeli della condizione umana. La vita sarebbe più tollerabile se disponessimo di una seconda opportunità.”

Non c’è niente da fare, è così.
La morte cancella i peccati ai defunti  e ne addossa  ai viventi. 

sabato 13 aprile 2013

Fight club


Bisogna portare pazienza, e arrivare fino alla fine. 
E' li che si rivela per quel che è: un libro complesso, affascinante, pluritematico: l’insofferenza verso il mondo contemporaneo, l’inadattabilità e le spinte eversive, l’amore che distrugge e salva, il tema del doppio. 
Tutto “bollito e schiumato” in uno stile febbricitante e alienato. 
Mi è piaciuta molto la “circolarità” del racconto, l'inizio è nella fine.
Il fight club è oltrepassare i limiti del dolore come catarsi. Purificazione.
Ma questo è secondo me solo il primo livello di consapevolezza a cui giunge il protagonista della storia, Tyler.
Distruggere tutto, anche se stessi, per rigenerare il mondo.
“Distruggeremo la civiltà per poter cavare qualcosa di meglio dal mondo”.
Il secondo è la consapevolezza del limite.
Lo scopo del Progetto Caos, la prima regola,  è la completa e immediata distruzione della civiltà.
Che cosa viene dopo nel Progetto Caos nessuno lo sa salvo Tyler. 
La seconda regola è che non si fanno domande.
I seguaci di Tyler sono scimmie spaziali. Non fanno domande e obbediscono.
L’alter ego di Tyler viola la regola. Domanda, chiede. Parla del fight club. Lascia le tracce nella fotocopiatrice dell’ufficio.
La terza consapevolezza è quella dell’umanità che salva e viene salvata, attraverso ciò che si ama.
E, nello specifico, è Marla. 
La voce narrante incontra Marla e poi Tyler. 
Marla non ha la vita perfetta come quella della voce narrante. 
Marla è il disordine che genera Tyler.
"Io voglio Tyler. Tyler vuole Marla. Marla vuole me. Io non voglio Marla e Tyler non mi vuole per le palle, non più. … Senza Marla, Tyler non avrebbe niente."
L’alter ego di Tyler deve uccidere Tyler perché deve proteggere Marla. Deve salvarla.
“Dico che no, non so dirle che cosa deve succedere. E spingo l’uno, i due, i tre molari nella terra e i capelli e lo sterco e il sangue e le ossa per non lasciarli vedere a Marla”.
Così come Tyler deve far toccare il fondo alla voce narrante per salvarlo dal conformismo e lasciarlo amare Marla.
“Quel vecchio detto secondo cui uccidi sempre ciò che ami, oh bè, funziona in un senso e nell’altro”.
E, ovviamente, coloro che si soffermano sul carattere militaresco del fight club, che esiste più nella testa che nella realtà ( nasce dalla difficoltà di relazionarsi con il mondo), possono appropriarsi dei modi e dei simboli dello squadrismo anarcoide o di destra. Ma è cogliere solo l’olio galleggiare sulla superficie dell’acqua e non spingere la testa sotto.

lunedì 19 novembre 2012

Io venìa pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari


Giacomo Leopardi era un licantropo, perciò era ossessionato dalla luna.
Questo è quanto si deduce dal diario di suo fratello. 
Questo è quanto finge sia accaduto nel 1813 Michele Mari, costruendo un racconto fatto di storia e invenzione, strutturato come un diario scritto dalla mano di Carlo Orazio Leopardi.

Dal 9 febbraio al 9 maggio 1813, il quattordicenne affida alle pagine del diario la propria inquietudine, nata dall’osservazione dello strano comportamento del fratello; come in un giallo, Carlo scopre i veri motivi dello studio matto e disperato del fratello alla ricerca di informazioni, fatti, storie e leggende popolari sulla luna – la base del saggio Sopra gli errori popolari degli antichi – , che tanto influenza la terra e gli uomini e da cui Giacomo è attratto in modo morboso.
E’ un contesto, la casa natale del Leopardi fanciullo, in cui il Mari si cala (e fa calare) a meraviglia. 
Il noto - la rigidità dei genitori, la voracità di conoscenza e l’inquietudine del giovane Giacomo, i topois e le opere letterarie - acquista spessore e dinamicità attraverso l’immaginazione (la galleria dei ritratti degli antenati, e sopra tutte la figura di Sigismondo, i giochi tra fratelli, la ginnastica, le ottuse intemperanze della signora madre) 
Si respira la soffocante e castrante pressione dei signora Madre e signor Padre, e la Biblioteca che offriva alle spalle curve dei giovincelli affatto scherzosi l’unico svago, lo studio matto e disperato, sembra quasi un organismo vivente, che lungi dall’offrire vero riposo, diventa ulteriore fonte di turbamento. 
[La sanguinosa infanzia. Quella sì, veramente, povere creature]

L’enorme sfoggio di erudizione (che straordinario balsamo per il Mari) non suona troppo fastidioso in questo libro, in fondo appartiene all’immaginario collettivo legato alla casa Leopardi (ma davvero parlavano così, tra loro, i giovinetti Leopardi??) e poi è funzionale al racconto, storie di licantropi e di grandi inquisitori comprese. 
Quello che mi ha colpito maggiormente in questo libricino è il senso di precarietà legato alla paura dell’ignoto: è la paura di non sapere cosa stia accadendo al proprio fratello che spinge Carlo a scrivere, a documentarsi, a ricercare, è la stessa paura del mistero che scaturisce dal globo argenteo e che genera leggende e miti e forse i licantropi che inquieta Giacomo e si traduce in ossessione. 
Dalla paura, però, alla fine può ci si può sempre difendere tenendo tra le mani un amuleto, una pallina di pane grande come un’albicocca.

Tu non immagineresti di quali mostruosità è capace la mente dell’uomo quando si tratti di deformare il vero, prestandogli que’ colori e quelle fattezze che più ci dilettano o più ci spaventano.»

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mercoledì 22 agosto 2012

Il resto di niente - Enzo Striano


Romanzo storico classico e tradizionale nella struttura, e lo stesso Striano riconosce il suo debito verso Aristotele, Tasso, Manzoni. 
Linguaggio “barocco”, gonfio, colto, ma incrostato di vivide espressioni dialettali; descrizioni sciorinate per accumulo di particolari. 
La vita di Eleonora Pimentel de Fonseca, raccontata dal suo arrivo a Napoli, ragazzetta vivace e curiosa, alla morte per cappio sanfedista e borbonico. Uno squarcio sulla città, dalla metà del ‘700 al tragico epilogo della Repubblica Napoletana. 
Nulla di particolarmente forte, detto così. 
Ma perché questo romanzo mi ha preso l’anima, mentre i promessi Sposi non li riesco proprio a digerire? 
Basta l’identificazione nella figura femminile, la Lenòr che cade ma si rialza, che è tormentata ma risoluta, che spera ma agisce? 
Basta la familiarità con i luoghi, con le espressioni colorite? 
Basta la possibilità di vedere un ponte tra passato e presente, la persistenza del lazzaro che è sempre uguale a se stesso, non più scalzo, ma con telefonino e motorino, pronto a servire il “re” purchè gli si offra la possibilità “dell’arricchimento” (il saccheggio impunito)? E la persistenza di una classe di intellettuali divisa, autoreferenziale, vibrante di spasmodici slanci ma incapace di progettare il futuro? 
Questo non basta a rendere “Il resto di niente” un romanzo straordinario. 
Nonostante il cupo pessimismo che vi si agita, fra il marciume del cibo e il libertinaggio dei costumi, dionisiaca danza, domina il valore incalcolabile della speranza come atto di fede nella possibilità di cambiare il mondo, di portare il nuovo. Fede totalmente laica, umana. 
E’ questo che rende speciale il romanzo di Striano. Grande metafora sul bisogno degli animi belli di trasformare in meglio il nostro mondo, nonostante le cadute, le incertezze, il dolore. 
Anche se la ragione porta a dire che di tutti gli sforzi non rimane che il resto di niente, dentro, nell’animo, ti sembra di dover raccogliere il testimone. 
Un grumo di dolore e speranza. Miliare.

Necropoli - Boris Pahor


Boris Pahor si riferisce all’esperienza dei campi come al mondo crematorio. 
Nel mondo crematorio la vita è a termine, e il termine è indicato dal fuoco del camino che brucia i corpi e le anime. La dissolvenza fisica, l’odore e il sapore della cenere del camino che impregna l’aria, il ruvido telo a strisce e l’incartapecorito strato di pelle che riveste le ossa, rami secchi da destinare al forno, è la tortura più grande, più della fame, delle umiliazioni morali, delle sofferenze fisiche, dell’agonia. 
E il prigioniero Boris Pahor, sloveno, appartenente alla minoranza riottosa destinata alla dissolvenza, è un infermiere, pertanto privilegiato nel campo. 
Riesce a dare senso alla sua esistenza nel limbo della premorte lavorando alacremente per lenire le sofferenze degli altri. E’ il suo lavoro che dà senso al presente del mondo crematorio, al di là dell’inutile speranza nel futuro, al di là del doloroso annegamento nel passato. 
E paradossalmente l’attaccamento alla vita, si tramuta , nel tempo, in senso di colpa verso la moltitudine dei non sopravvissuti. 
Di straordinario impatto emotivo è il linguaggio: denso, corposo, materico, vera reificazione del passato , RESISTENZA al mondo crematorio il cui progetto aveva destinato l’uomo a trasmutarsi in fumo e polvere. 
Tornando al campo, meta di visitatori, i fantasmi del passato lo tormentano. Ma forte è una consapevolezza, per noi un monito: 
“Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione tra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive.”

La camera azzurra - Georges Simenon


Simenon è abilissimo nel tessere la trama come in un giallo, teso e asciutto, mantenendo alta la tensione del lettore fino a che i tasselli della storia si completino, facendo venire alla luce delitti e pene. 
Lo fa attraverso gli occhi di chi si stava beatamente godendo una gratificante relazione senza troppe preoccupazioni e attraverso l’incalzare delle domande di un giudice.

La camera azzurra racconta una storia di amour fou. 
Perché anche se seguiamo lo sconcerto il disorientamento lo sconforto e la sconfitta di Tony Falcone, dall’ultima volta nella camera azzurra alla camera affollata di un tribunale, la vera protagonista assoluta, la dominatrice della storia è Andrèe, la femme fatale e letale. 
Tony Falcone non poteva immaginare quello che sarebbe successo. Cosa c’entra il sesso con l’amore? 
Giséle, la moglie, “L'aveva scelta con cognizione di causa. La donna che desiderava sposare era una esattamente come lei e non un'amante scatenata”, non come Andrèe. 
“Non si passa la vita a letto, in una camera vibrante di sole, abbandonandosi al furore di due corpi nudi. 
Gisèle era la sua compagna, la madre di Marianne, quella che al mattino scendeva per prima ad accendere il fuoco, che teneva la casa pulita e allegra, e che quando lui tornava non gli faceva domande. 
Sarebbero invecchiati insieme, sentendosi sempre più vicini, perché col tempo avrebbero avuto sempre più ricordi in comune. A volte Tony aveva immaginato le loro conversazioni future, quando avrebbero cominciato a farsi vecchi.” 
La moglie è moglie, e l’amante è l’amante. 
Separate da un compartimento stagno che vede la prima incasellata dentro la cura della casa e dei figli e della vecchiaia e dei ricordi, e l’altra dentro il brivido carnale. 
Ed è questo lo scarto che impedisce a Tony di configurare sin da subito il senso delle ultime parole pronunciate nella camera azzurra, il loro peso, e che lo rende indifeso e incapace di reagire di fronte all’evolvere dei fatti, che lo imprigiona nella ragnatela tessuta dalla sua amante.

E poi Simenon dipinge alla perfezione l’inciucio, la massa compatta e indistinta della ggente che murmurea e che sa tutti i fatti di tutti, ed emette giudizi e condanne prima dei giudici, prima dei processi. 
Un bel romanzo ad altissima intensità di introspezione psicologica.

E però ho pensato, a latere: altri tempi. 
In quegli anni sono nati più figli da Ogino- knaus che dai loro padri. 
E ancora. 
Ma davvero ancora adesso la moglie è moglie e l’amante è l’amante?





giovedì 16 agosto 2012

La colazione dei campioni - Kurt Vonnegut


Questo è un libro illustrato. 
I disegnini sono fatti dalla mano di Vonnegut. 
Sono disegnini necessari, altrimenti è facile fraintendere quello che si vuol dire, e allora, se dice che qualcuno ha scritto sulla propria auto che è un bidone, cioè “un’automobile che non andava bene e che nessuno era in grado di riparare”, riporta la scritta gialla dipinta sul cofano del baule e su entrambi gli sportelli , a pennarellone nero a caratteri cubitali (così non si capisce un fischio per pernacchio) e poi, a scanso di equivoci, riproduce un disegno del bidone vero, quello dove nei cartoni animati si infilano i gatti con le lische di pesce in bocca (senza gatti e senza lische, con il coperchio chiuso), per ben differenziare le due cose. 
Così come è necessario disegnare una pistola calibro 38, ovvero “uno strumento il cui unico scopo era di praticare buchi negli esseri umani”, per rendere più esplicito possibile il referente.
Il referente è tutto. Son le cose, mica le idee che contano sul pianeta Terra. 
“E questa, secondo Trout, era la ragione per cui gli esseri umani non erano in grado di respingere le idee anche se cattive: "Sulla Terra, le idee erano simbolo di amicizia o inimicizia. Il loro contenuto non aveva importanza. Gli amici andavano d'accordo con gli amici al fine di esprimere amicizia. I nemici non andavano d'accordo con i nemici al fine di esprimere inimicizia. 
"per centinaia di migliaia di anni le idee dei terrestri, qualunque fossero, non ebbero la minima importanza, dato che non sapevano in ogni caso che farsene. Le idee erano simboli come qualsiasi altra cosa. Pag. 39 
Trout è uno scrittore di fantascienza, anche se i più venduti sono i suoi racconti sulle tope. No, non le femmine dei topi. Le altre. 
E’ anche lo scrittore che compare in Mattatoio n.5, quello a cui crede Billy Pigrim. 
Ed è il suo dannato destino che si creda a quello che scrive. 
Così succede a Dwayne Hoover, che prende per oro colato e verità assoluta le parole scritte nel romanzo “Ora si può dire” . 
“Caro signore, povero signore, coraggioso signore” lesse, sei un esperimento del Creatore dell’Universo. Sei l’unica creatura dell’intero Universo dotata di libero arbitrio. Sei l’unico che debba pensare a cosa fare dopo – e perché farlo. Tutti gli altri sono robot, macchine. 
Alcuni sembrano averti in simpatia, altri in odio, e tu devi chiedertene il perché. Non sono altro che macchine simpatrizzatrici e macchine odiatrici. 
Sei abbattuto, demoralizzato? “ continuò a leggere Dwayne. 
Perché non dovresti esserlo? Naturalmente è stancante dover ragionare sempre in un universo che non è stato fatto per essere ragionevole.” 
E dunque, il povero Dwayne, che già stava tienimi che mi tengo sull’orlo del precipizio, dà proprio di matto. 
(non è mai bene dare troppo credito a certi libri)
Il fatto è, che nel disordine totale del mondo contemporaneo, inquinamento/guerre/condizionamenti/poteredellemerci, risposte a cos’è la vita (oltre a così va la vita) non ce ne sono. 
E non ce ne sono neanche se le si chiede direttamente al creatore, un bizzarro giocoliere. 
"Mi sono reso conto, " riprese Trout, che Dio non è protezionista, così chiunque lo è commette sacrilegio e perde tempo. Hai mai visto uno di quei Suoi vulcani o uragani o trombe marine? Hai mai sentito parlare delle ere glaciali che Lui organizza ogni mezzo milione di anni? E che ne dici del cancro del castagno? Eccoti un bel provvedimento protezionistico. Di Dio, non dell'uomo. Magari, proprio quando avremo ripulito i nostri fiumi, Lui farà invece prender fuoco a tutta la galassia come un colletto di celluloide.”

Philboyd Studge, lo scrittore che genera il romanzo e dunque anche il creatore di tutti i personaggi del libro compreso Trout, con il quale avrà un face to face (falla!), nella premessa dice di averlo scritto per festeggiare il proprio compleanno. 
(toh, ma che combinazione, Studge è nato lo stesso giorno,mese e anno di Vonnegut)
Studge si atteggia a padreterno e fa un po’ come gli pare, mettendo giù una storia piena di divagazioni (la media mondiale era : quindici centimetri e quattro millimetri di lunghezza per quattro centimetri di diametro)* e dissacrazioni, si prende gioco dei valori contemporanei con sarcasmo, e domina e impera sui poveri personaggi con ironia ma anche con un sottile velo di pietà e di compassione.

Sì è molto divertito, mister Vonnegut, questa volta. 
(abbastanza anche io)

scaricabile qui:

sabato 21 luglio 2012

Passavamo sulla terra leggeri - Sergio Atzeni


"…come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta." Pag. 24
Come nella mitologia precristiana, un ciclo di eterno ritorno.
Antonio Setzu è un Custode del tempo, e nella finzione narratologica trasmette all’Atzeni la storia delle radici , da quando i danzatori di stelle, fatti prigionieri dagli uomini del mare, si impossessarono della nave senza mai averne governato una e giunsero in Sardegna, M’ag o m’ad as, la terra chiamata così nella lingua antica , fino alla perdita della libertà, dell’autonomia, fino al XIV secolo.
Non è un caso che la storia tramandata dai Custodi del tempo si arresti con la perdita della autonomia politica e con la fine dei Giudicati. 
In fondo, il senso del libro di Atzeri è proprio nella rivendicazione della identità che in qualche modo corrisponde all’autodeterminazione dei Sardi. 
"Non potevamo fermare il ciclo dell'uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare altri uomini, per crescere. L'incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile" 
Ad Atzeni non interessa la storia in senso preciso. 
“Il disegno e il moto delle stelle parola del creatore ignoto, decifrarla massima sapienza. Solo strumento il numero. Il numero, sacro” 
100 e 100, mille e mille; il mese dell’asfodelo o quello delle mandorle aspre.

E' la dimensione collettiva, epica e mitica dell’identità sarda che Atzeri vuole tramandare, che vuole rivendicare attraverso la conservazione della memoria del lunghissimo tempo in cui i Sardi seppero resistere all’invasore, o seppero leggere e interpretare i segni attraverso la “lingua antica”. 
Penso a Lucifero. Non il diavolo, no. 
Penso al bambino che da adulto fu chiamato Uomo e poi portatore di luce. 
Il Lucifero che diffuse il cristianesimo tra i sardi, il cui nome fu trasmesso agli episcopi. 
Anche la figura, anzi le figure di Lucifero sono, nella mitologia di Atzeni, antagoniste all’autorità di Roma. 
San Lucifero è patrono di Cagliari (insieme al più tranquillo Saturnino) e di altre località sarde. 
Ignoravo, fino a quando ho incontrato un amico cagliaritano, che esistesse un santo con questo nome. Addirittura strade, a Lucifero dedicate. 
(resistenza, e ancora resistenza) 
Le figure chiave del racconto sono giudici e judichesse (quante donne autorevoli – è una donna che slega i lacci dei prigionieri sulla nave che approda in Sardegna, è una donna, Eleonora d’Arbas, l’ultima judichessa) 
Erano il cuore della collettività sarda: redimevano contrasti e garantivano i diritti comunitari; di alcuni si è perso il nome, di altri, storicamente esistiti, la vita viene intreccia alla leggenda, e al ritmo stesso della natura. 
Erano eletti dall’assemblea di majores, ma avere dei figli poteva garantire la prosecuzione del diritto di autogovernarsi: se la stirpe dei giudici si perpetrava attraverso la nuova nascita, o la nuova elezione, carestie e calamità si arrestavano, come se il prosieguo della tradizione potesse ripristinare l’ equilibrio positivo tra ambito umano e ambito naturale, come se l’esistenza dei giudici appartenesse al ciclo naturale (il “passavamo leggeri…” che ho riportato ad inizio commento, il titolo del libro)

La narrazione ha il respiro dell’epica, un’epica poetica, non priva però di durezza. 
Vendetta. 
La vendetta, o ri-vendicazione, in tutte le sue sfaccettature permea il Cunto. 
Tutti coloro che si rivolgono ai giudici lo fanno per ri-vendicare qualcosa, i falchi cavano gli occhi per ripagare dal torto, le donne uccidono per vendicarsi e poi ci sono le bardanas, quanta simpatia per le bardanas, le scorrerie per riprendere i frutti della terra che appartiene per atavico diritto. 
Anche i Custodi del tempo, sono in qualche modo giudici, perché sta ad ogni nuovo custode, appresa la storia dal vecchio, tramandarla arricchita degli eventi che “giudicano” degni di essere ricordati. 
Essi sono i garanti e i protettori, e la loro storia sfugge ai rigori della ufficialità.

La memoria a lungo termine quale riconoscimento della matrice dell’identità, il diritto all’ autodeterminazione, la nostalgia di una mitica età dell’oro nella quale i sardi vivevano separati dagli altri, incontaminati e puri, configurano il libro di Atzeni come canto, canto d’amore e di difesa della propria terra.
Tuttavia. 
La riconoscibilità dei luoghi , dei personaggi (anche se rielaborati in modo leggendario), la matrice delle feste popolari che ancora resistono nei Carnevali (re Canciofalli, ad esempio) sicuramente “parlano” ad un sardo in modo più intenso (ed anche extratestuale) di quanto possano a chi sardo non è. 
E’ una storia affascinante, ma non è la mia storia.

E poi. Sembra un libro poetico, ma è il suo "vestito"  ad esserlo. 
E' un libro politico.

scaricabile qui : 

giovedì 21 giugno 2012

Oltremare - Mariangela Sedda


Oltremare c’è la speranza, oltremare c’è la salvezza, oltremare si fa fortuna.
Ma anche no.
“Cara sorella, l’Argentina non è stata per loro quella terra fortunosa che cantavano ad ottave prima di partire ma qui la mala sorte li stava aspettando e si vede che erano destinati a morire senza capelli bianchi e senza soddisfazioni.” pag. 194
Mariangela Sedda ricostruisce uno spaccato di storia italica dal 1913 al 1928 ricorrendo allo stratagemma dell’epistolario tra due sorelle, Grazia e Antonia, l’una partita con il marito per l’America e l’altra rimasta in terra sarda.
E’ attraverso le scarne e rade parole, scritte in un italiano approssimativo venato di espressioni e termini dialettali, che si legge la fatica dell’emigrante, la durezza della vita contadina di chi è rimasto e l’avidità della guerra, la prima guerra mondiale, che inghiotte uomini e i pochi che risputa li restituisce monchi o folli, e infine l’addensarsi della nube fascista che non viene fermata neanche dall’oceano, e censura le preoccupazioni e i timori, affinchè non arrivino oltremare.
Certamente è un epistolario fasullo, costruito da una scrittrice a tavolino.
Ma è verosimile.
(alcune lettere originali di emigranti, raccolte per un lavoro di ricerca sull’emigrazione italiana tra i parenti degli alunni di una scuola media, non erano assai dissimili)
Non so quanto possa piacere ad un lettore “esperto”.
Ma è un epistolario ben congegnato, ed è di sicuro didatticamente utilizzabile, in più di un percorso tematico.


mercoledì 20 giugno 2012

Q - Luther Blissett


Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare”.

Q è un romanzo storico nella misura in cui delinea, attraverso il racconto dei suoi protagonisti, fatti e avvenimenti accaduti in Europa tra il 1519 e il 1555: Lutero e la rivolta dei contadini in Germania, i circoli anabattisti, il capillarizzarsi del potere dei banchieri, il dinamismo mercantile delle città dell’Elsa e della Serenissima, gli intrighi delle chiese, l’Inquisizione, la diffusione e la circolazione dei libri a stampa, Carlo V e i re di Francia, la miseria del popolo e la bandiera salvifica della fede .

Q non è solo un romanzo storico. Attraverso il racconto dei protagonisti, emerge lo scontro titanico tra l’ordine e le spinte eversive. Tra chi manovra per la conservazione del potere, per la realizzazione di un “Piano” che miri a controllare e sottomettere popoli e anime e chi lotta per la libertà, con ogni strumento, parola o forcone o sogno.

Q. Qoèlet. L’ecclesiaste, colui che rende vani gli sforzi, la spia, uno e nessuno, la mano che tesse le trame del potere secondo il piano del cardinale Carafa, il suo occhio,il traditore del Giusto. 
Il Giusto è il suo antagonista, l’uomo dai tanti nomi che nel secolo delle lotte religiose è stato dalla parte di chi ha sfidato l’ordine del mondo. E, nonostante le sconfitte, resta fedele all’avversione verso il potere del “Piano”. E come la fenice, rinasce dalle sue ceneri. Nel libro, rinasce come Gert del Pozzo, Lot, Ludovico, Tiziano. Ma rinasce anche adesso.

Q è un romanzo che, nei modi e nelle forme e nel linguaggio, fottuto bastardo, esalta la “disobbedienza”, rendendo il 1500 un secolo vicinissimo ai nostri tempi, così necessariamente bisognoso di movimenti antagonisti all’omogeneizzazione delle coscienze. 

Q è un romanzo collettivo, e risente delle molteplici mani in una non necessaria prolissità e nello stile non uniforme. 
Peccato veniale, tutto sommato.


giovedì 7 giugno 2012

Non avevo capito niente.


Non me lo volevo leggere questo libro qua. 
Di De Silva ne avevo già letti due, e mi era sembrato scrittore paraculo e ammiccatore (e confermo, però stavolta è stato proprio bravo assai) 
Poi, com’è come non è, un amico me lo ha passato (a caval donato certe volte si guarda in bocca) e ho detto ma fammi vedere un poco in bocca a questo cavallo, butto un occhio su due paginette e poi se proprio non se ne scende mica per contratto me lo devo leggere a forza. 
E invece, vedi un poco la Madonna. 
Mi sono divertita, la verità.
Vincenzo Malinconico è un personaggio. 
(e grazie al cazzo, però volevo intendere che è proprio una sagoma ) 
Pensa logorroico, l’avvocato Malinconico. 
Lo fa in una lingua e secondo certi arravugliamenti , e descrivendo persone e luoghi (certi bar dai nomi così lo sai davvero che sono lì solo per il riciclaggio, altro che), verso i quali è stato gioco forza trovare una vicinanza, e poi ci sta più di qualcuno che conosco, che a pezzi, non in forma integrale, mi pare tale e quale a Viciè e ai coabitanti del libro. 
Certi pensieri sono di una verità da far impressione, altri mettono a nudo fuori da denti e liberati da ipocrisie fatti talmente ovvi da essere banali se non li si impupazza - come di norma si fa - con orpellature retoriche e retropsicologiche, altre “verità” sono stroppole buttate a come viene, ma tal è, lo dice lui stesso: 
“Il fatto è che io sono un narratore incoerente. Non si può fare affidamento su di me. M’interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un’altra parte.”
Un piacevolissimo libro di chiacchiere. 
Dove sta scritto che le chiacchiere stanno a zero, o che una chiacchierata con uno che è uno spasso è cosa brutta e ingiusta? Magari tra due giorni mi dimentico tutti i discorsi, ma mi resterà il ricordo della piacevole serata - grazie Vincè, quando ci vediamo un’altra volta? 
Perché, tolti i pensieri dell’avvocato Malinconico, la storia si regge su una grande megapalla che manco se lo vedo con gli occhi miei ci credo che un tipo come lui, viene circuito e sedotto e manco abbandonato (pure la teglia dentro al forno!) dalla più strafiga tra tutte le avvocatesse, si trova a fare suo malgrado l’avvocato in prova per il macellaio dei camorristi, pedinato e protetto dall’angelo custode Tricarico mandato da chiossape chi. 
Epperò. 
In fondo in fondo che ci sta di male a sognare che da un momento all’altro si ribaltino le situazioni, ti ritrovi manco sai come dentro un film che pareva fatto per tutti tranne che per te. 
E’ così che alla fine si resta, con un sorriso compiaciuto e l’animo leggero.