sabato 28 settembre 2013

Ogni mattina a Jenin - Susan Abulhawa

Questo non è un libro per intellettuali. 
Nessun tipo di ambizione letteraria vi è in questo romanzo, né per quanto riguarda lo stile e il linguaggio, né per quanto riguarda i temi e i contenuti. 
Che Letterarietà può avere un libro che parla di una prepotenza rimossa dal mondo occidentale, di madri e padri che piangono i figli perduti e di solitudini di bambini, di sopraffazioni che nutrono la rabbia, e ancora e ancora, da oltre 4 generazioni? 
(e non è finita, non è ancora finita)

Attraverso le vicende di quattro generazioni della famiglia Muhammad Abulheja, si racconta la storia del popolo palestinese, dal 1941, quando la vita era semplice e serena nel villaggio di ‘Ain Hod, ad est di Haifa, fino al 2002. 
La storia racconta di Al-Nakba, la catastrofe, così come è chiamata l’espulsione dalle terre avvenuta nel 1948; il confluire dei palestinesi negli enormi campi-profughi, a consumare le giornate in attesa di poter tornare a casa, tra gli ulivi. 
Racconta di Al-Naksa, il disastro, la guerra arabo-israeliana del 1967; della guerra del Libano; dell’Intifada. 
Racconta di matrimoni e di nascite e di giochi e di risate e di odori e di ricordi indelebili. 
Racconta di morti e di violenza e di sradicamenti, di rabbia e vendetta e impotenza.

Indigna e fa soffrire, eppure è un libro pieno, stracolmo di amore. 
“Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, (…) la nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. E il nostro modo di amare non è diverso, Amal. 
E’ un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o dai proiettili che volevano attraversarti il corpo. E’ un amore che si tuffa nudo verso l’infinito. Verso il luogo dove vive Dio.” 
E’ vero, quella araba è una cultura distante: il legame con la terra, con la famiglia allargata, con Dio. 
(una fede che non viene mai meno, anche quando la sordità di dio è conclamata da miliardi di preghiere sciolte tra le bombe e la cenere e la polvere) 
Le vicende raccontate non possono lasciare indifferenti, anche una pietra piangerebbe, pure chi è abituato a “qualunque cosa senti, tienitela dentro”.
(ho pianto)

Dice l’autrice nella nota: 
"Anche se i personaggi di questo libro sono fittizi, la Palestina non lo è, né lo sono gli eventi storici e i dati riportati in questa storia." 
Poco importa se nella finzione narrativa è una sola famiglia a rappresentare l’intera Palestina, rendendo il racconto troppo sbilanciato in senso sentimentale. 
Qualcosa di quel che ha vissuto il personaggio Yussef è successo all'uomo Haamid, qualcos’ altro a Jamaal , a Muhammad e così via. 
In una famiglia un intero popolo.
Il libro è scritto per emozionare, per toccare il cuore, per mordere le intorpidite coscienze occidentali, così distanti, così distratte, così assenti. 
Non vi è neanche acrimonia nei confronti degli usurpatori. 
Un tantino forzatamente, la voglia di riconciliazione che giustifica il personaggio Isma’il/David, si esplicita nel finale che vede convivere, sotto lo stesso tetto, rami dello stesso albero, “un’americana, un israeliano e un palestinese”. 
E nella pagina conclusiva, naturalmente. 
In questa storia non vi sono cattivi. 
Tutte vittime. 
E in un certo senso è così.

Non è un libro per intellettuali: avrebbe avuto  tutti i crismi per sfondare presso il grande pubblico. 
E invece, non è successo. 
Il cacciatore di aquiloni è stato un best sellers (film e annessi e connessi) e Ogni mattina a Jenin non lo è stato. 
Eppure quello, il cacciatore,  è stato pubblicato da Piemme, che certo non ha la capacità pubblicitaria della Feltrinelli. 
Non credo che ci entri tantissimo la trasposizione cinematografica. 
Un pensiero acido e cattivo si insinua, non ci posso fare nulla.
“Nel mondo arabo, la gratitudine è di per se stessa un linguaggio. “Che Dio benedica le mani che mi porgono questo dono”; “La bellezza è nei tuoi occhi che mi vedono graziosa”; “Che il Signore ti doni una lunga vita”, “Che Dio non respinga mai le tue preghiere”; (…) e via dicendo, una serie infinita di ringraziamenti e di benedizioni. Venendo da una cultura simile, ho sempre trovato insufficiente un semplice “grazie”, come se rendesse misera e ingrata la mia risposta.” Pag. 206. 

Che la commozione che trasmette questo libro venga letta e sentita da un miliardo di persone, e faccia da lasciapassare per una nuova consapevolezza della Storia.

giovedì 26 settembre 2013

Noi del Rione Sanità - Antonio Loffredo

Il libro non ha “valore letterario”. 
E’ la testimonianza, un po’ retorica (gli obiettivi formativi prefissati) e un po’ appassionata, di un parroco che è stato chiamato a “gestire” una comunità e un territorio difficili, e che ha trovato nella cultura la chiave di volta del cambiamento. 
E’ la testimonianza di un parroco che se avesse fatto solo un terzo delle cose che scrive di aver fatto, meriterebbe una statua d’oro .
Ne ha fatte più di un terzo (le altre le devo verificare). 

http://www.catacombedinapoli.it/index.asp

Certo, la Sanità non è un agglomerato di celle con niente attorno se non altre celle e strade e munnezza, un piccolo vantaggio Don Antonio pure ce l’ha avuto, però chissà come mai prima nessuno ci aveva pensato alla storia ai monumenti alle tradizioni, alla cultura che è lievito che può dare il pane.

Tanti preti che blaterano solo, e pure a dire messa sopra l’altare ci vanno con la scorta (ma non solo i preti) dovrebbero imparare dal racconto di questa esperienza qual è la differenza tra il dire e il fare. 
Di mezzo non c’è solo il mare, ma la dignità.

sabato 14 settembre 2013

La schiuma dei giorni - Boris Vian

Vian Boris

Per entrare nel mondo di Vian e del suo romanzo occorre destrutturarsi. 
Rimuovere ogni “normale” concezione di spazio e di causa-effetto, per addentrarsi in una prospettiva apparentemente a-logica . 
Vian concepisce un mondo totalmente alieno, incuneato dentro un linguaggio che si muove per suggestioni. Associazioni di idee assolutamente stranianti. 
“un’uniforme e una catena che brillavano come nasi freddi”. 
“ imitando (…) il volo di un cucù di pastafrolla” .

A descriverlo con due parole lo definirei un romanzo floreale. 
Timido spunta, sboccia rigoglioso, impudico, e si ripiega su se stesso, appassendo e rinsecchendosi fino a cadere polverizzato. 
Non vi è assenza di storia, anzi. 
Ciccino suo, costruisce una storia che è vera perché l’ha scritta lui - Vian si dedica il libro “Per me, Ciccino mio” - e perché, al di là dei surrealismi, dice la verità . 
La schiuma dei giorni racconta la parabola di un amore. Anzi, di più d’uno, perché, per Vian , ciò che conta è l’amore in tutte le sue forme, anche in quella ossessiva di Chick il collezionista di cimeli.

L’inizio, le case e il paesaggio si dilatano a dismisura , le finestre accolgono due soli che illuminano le piastrelle e riverberano in gocce solide. L’ansia da innamoramento si materializza nelle cose, nel cibo, nella musica, nel piacere dell’invenzione (oh, il pianocktail, triste destino). 
Nicolas non si accontenta mica, vero cuoco- gourmet. Ma Chick e Alise, Colin e Chloè iniziano la strada di coppia seguendo traiettorie diverse, che terminano entrambe in un baratro doloroso. L’una vinta dalla malattia, evento naturale, fiore che distrugge fiori, la ninfea nel polmone. 
L’altra vinta dalla monomania, inaridita dall’ossessione per un “oggetto”. 
Che sia il collezionismo e il fanatismo verso l’eminenza culturale Jean- Sol Partre , è solo un dettaglio, non trascurabile, ma è un dettaglio. L’anarchismo di Vian non preserva alcun mito. 
E durante questo tempo, il tempo della malattia e della monomania, fiocca la critica alla società. Il formalismo della religione, il lavoro che soffoca e annichilisce l’uomo, la grettezza di medici e bottegai, la cecità del burocratichese e delle forze dell’ordine. 
E l’epilogo. Case che si rimpiccioliscono quasi fino ad implodere, cuori strappati, fiamme e fuoco, fossati che inghiottono anima e lacrime.

Tristissimo e bellissimo. 
Lo avrei apprezzato anche solo per il godimento prodotto dalle invenzioni linguistiche e dallo spirito anarchico, e invece mi è toccato pure emozionarmi.

venerdì 13 settembre 2013

Trilobiti - Breeze D'J Pancake

Trilobiti è la raccolta degli unici 12 racconti di un giovane scrittore americano morto suicida. 
I protagonisti sono minatori, contadini, benzinai, gente che si arrangia come può: è il proletariato  di un’America  non lontana dalle grandi città moderne e vivaci, ma rinchiusa tra le montagne, per molti versi ancora arcaica; i personaggi sembrano bloccati  in una sorta di incapacità di movimento, di mutazione, di evoluzione.
Quasi vivono con rassegnazione il loro destino immutabile: sono inselvatichiti, anzi  selvatici , selvaggi e primordiali nelle azioni – la caccia,  lo sventramento delle prede, la lotta, la violenza verbale nei pochi radi discorsi – o restano incastrati  nel ricordo di qualcuno o di qualcosa, incatenati ad un momento del passato.
Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”. 
Trilobiti viventi. 

Le notizie biografiche su Pancake, i lati ombrosi del suo carattere, il suicidio a 26 anni, sono tali che, inevitabilmente,  attorno all’autore e al suo libro si sia costruito una sorta di culto.
(il culto del rimpianto, il manifesto della disperazione)
A me, la verità, l’opera prima e unica di Pancake  non sembra il capolavoro acclamato da molti. 
Tra tutti, solo alcuni racconti mi sono piaciuti davvero – Una stanza per sempre, L’attaccabrighe, La mia salvezza.

Ho sentito l’odore di troppo acerbo, come sentieri appena tracciati: racconti di legno verde.  

lunedì 9 settembre 2013

Nella gabbia - Henry James

Nella gabbia c’è una telegrafista. 
Chi invia i telegrammi, o compra i francobolli per inviare lettere, è gente dell’alta borghesia e della nobiltà. 
Sono i ricchi, quelli che possono permettersi di comunicare a distanza all’inizio del XX secolo. 
Ed è a loro, con invidia mascherata a parole da disprezzo, che la telegrafista mira. 
Vorrebbe essere una di loro. 
La telegrafista coglie tra le migliaia di parole da contare, anche quelle che nascondono intrighi amorosi, tracce adulterine, galanterie sconvenienti. 
La sua fervida fantasia, o si immagina o si muore, la porta a credersi parte indispensabile e utilissima nella catena degli altrui intrallazzi: lei sa cose, decripta segreti. 
Mentre tiene in mano senza troppo entusiasmo il fidanzamento con il droghiere - che squallore, una vita da trascorrere nella modestia illuminata da una lampada a petrolio – costruisce giganteschi castelli di aria fritta, sperando, senza tuttavia essere troppo sfacciata - il perbenismo vittoriano si insinua nei ranghi della bassa borghesia più che altrove – che si avveri il sogno del balzo sociale, un matrimonio con un capitano, ad esempio. 
Ma i telegrammi rimandano solo straccetti di appuntamenti, il suo credere di sapere si rivela fallace quanto il suo sogno.

Pensavo alla terribilità della gabbia. 
Non come luogo di lavoro, ma come gabbia delle aspirazioni. 
Come avrebbe potuto cambiare la vita della telegrafista, se non attraverso un matrimonio “interessante”? 
Quanto sarebbe stato disdicevole esser zitella, per lei, piuttosto che prendere un marito il droghiere solo perché ne fa richiesta e ha una condizione economica non peggiore della sua, e che delusione e senso di pochezza, allora, rispetto alla propria esistenza. 
I movimenti femministi cominciavano a far sentire la propria voce, già allora. 
Eppure la telegrafista non vede nessuna altra forma di realizzazione personale se non quella legata all’ascesa economica e sociale, così come la sua amica fiorista, che frequenta le case delle nobilsignore più per accalappiare i single che per vantare la propria creatività. 
Che brutti tempi, erano quelli.

Però, a pensarci bene, anche adesso, eh. 
Di telegrafiste è pieno ancora il mondo, purtroppo. 
Sono sicuramente più sfacciate, ma tant’è, il risultato non cambia.

martedì 3 settembre 2013

La casa dei normali - Francesco Manarini

SantaWikipedia dice che “Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s'intende una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista. Il termine, da pronunciarsi "distopìa", è stato coniato come opposto di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata in un futuro prossimo) nella quale le tendenze sociali sono portate a estremi apocalittici.”

“La casa dei normali” è un libro iperdistopico. 
Fondato su una struttura esclusivamente dialogica, priva di qualunque pausa descrittiva, mette in scena la vita quotidiana della famiglia Rovato. 
Madre, padre, due figli, abitanti in una zona geograficamente identificabile come Padania centrale, i Rovato sono una famiglia normale. 
Si salutano tra moglie e marito con bacio bacio, i figli litigano per chi debba vedere la tv, a scuola ci sono le solite sbullonate tra ggiovini, la madre risponde al telefono e apre la porta che il resto della famiglia si rompe di alzarsi dal divano. 
Cose normali, insomma.
Solo che un domani normale dominato ancora di più dal mercato e dalla pubblicità, anche i nomi di battesimo si possono cambiare previa domanda e accettazione dello sponsor, sicchè la signora Sara, come già han fatto i suoi figlioli (i gggiovani anche nel futuro sono sempre avanti) fa la richiesta e prende Reebook come nome, anche se la forza dell’abitudine le costerà cara e amara. 
In un domani normale dominato dalla forma piuttosto che dalla sostanza l’informazione è globale, ma su canale unico, le elezioni si svolgono in modo rapido e indolore attraverso gli sms, le ronde hanno mandato di sparare a vista per legittima difesa contro rumeni, slavi, calabresi , marocchini, cingalesi, senegalesi, siciliani, ucraini. 
(urca, sarei salva! Terrona ma non abbastanza) 
Quello che atterra di più, è che la famiglia Rovato e contorni sono perfettamente integrati, e direi felici, se non fosse che anche ai normali manca sempre qualcosa e per loro c’è sempre qualche rogna, come ad esempio una salatissima sanzione per mancata ostensione del crocifisso in cucina.

Un libro che inquieta, insomma, perché i germi del possibile domani sono tutti nel presente, a partire dal linguaggio sincopato e stereotipato, gallo piuttosto che fico, ma assai simile allo slang che si usa su feisbucc tra i tredicenni di adesso. 
(una chicca l’incapacità di Rolex nel riuscire a pronunciare una parola fuori dall’ordinario, intratimpaniche)
Melma suina, mi verrebbe da dire, ma non lo dico per resistenza, io che non sono affatto una inguaribile ottimista ma sotto sotto spero in un futuro migliore dove la ragione possa prevalere sull’ignoranza, la giustizia imporsi sull’illegalità e la sopraffazione, eccetera eccetera, già adesso tengo normalmente i capelli appizzati e lo stomaco perforato, non ho altro da fare che cercarmi un pizzo di montagna , un faro, un atollo, un eremo di clausura – ammesso che ce ne sia ancora qualcuno - dove trascorrere la vecchiaia.

venerdì 23 agosto 2013

Vergogna - J. M. Coetzee

In principio pensavo fosse un libro similrothiano, data la coincidenza del nome e della professione del protagonista, il professor David, e delle sue preoccupazioni di ordine sessuale. 
Certo, il professore sudafricano è molto meno focoso, una volta alla settimana con una puttana professionista gli basta e avanza, l’età si fa sentire e la papera galleggia sempre meno. 
Fino a quando non si ingrippa per un’allieva, per la quale il non proprio zelante professore falsifica pure i registi: ella è giovane e bella, e la dà, e se non la dà gliela si prende uguale. 
Uno stupro blando è pur sempre uno stupro, e scoperto il fatto, si innesca lo scandalo. 
Poco importa se nell’ottica del professore è una colpa della quale non ci si può pentire, un impeto dell’istinto, una propaggine dell’amore fou. 
Le sue ragioni non possono valere nell’ambiente dell’università, dove il riconoscimento del fatto non basta, occorre un formale e plateale atto di contrizione e di pentimento. 
Il professore non vuole subire questa sorta di prepotenza - l’atto di dolore non lo può pretendere la società, è un sentire individuale e intimo, ammesso che ci sia – e dunque, allontanato dall’università, leva baracca e burattini e si trasferisce dalla figlia, in campagna, nell’Altro Sudafrica.

Il registro cambia, la storia prende tutta un’altra piega. 
Non ho la minima idea di cosa sia il Sudafrica, al di fuori di ciò che ho letto nei libri e sui giornali e che ho visto in tv e al cinema. 
[Mandela, l’apartheid e la sua fine] 
Di certo le contraddizioni di una società che è stata segnata per anni dalla segregazione razziale, dall’odio e dalla “separazione”, una società che ha utilizzato la violenza – fisica o psicologica – per stabilire il valore delle proprie ragioni, per quanto ingiuste, deve far fatica a liberarsi dei suoi spettri e dalla sua storia.

Un uomo e una donna, due stupri. 
Sono padre e figlia. 
Uno lo compie, mosso da un istinto primordiale di cui non ci si può pentire.
Un fallimento, comunque. 
L’altra lo subisce e lo accetta perché “razionalmente” sente che è necessario ristabilire l’ordine e la gerarchia: una donna sola non può senza protezione vivere in campagna, deve scendere a patti con le regole tribali che altri le impongono, o andare via. 
Un fallimento, comunque. 
C’è chi soccombe scegliendo di non fare parte di un dato mondo – il perbenismo della città - , e chi per fare parte di un altro mondo – la rudezza della campagna - soccombe uguale. 
La vergogna accomuna padre e figlia. 
Tra i due, è difficile dire chi abbia ragione, e chi sia peggiore o migliore. 
Hanno fatto una scelta, entrambi.
Ma davvero si sceglie il proprio destino?

mercoledì 21 agosto 2013

Trinacria Park - Massimo Maugieri

L’idea non era proprio malvagia, immaginare che sull’isola di Montelava - una piccola trinacria di fronte alla Trinacria reale - si costruisca un parco tematico che riproduce la storia e la cultura dell’isola madre, con tanto di Etna minore che erutta in sintonia con l’Etna maggiore, di messa in scena di episodi della storia siciliana (i fatti di Portella della Ginestra, ad esempio) e supporre che la stessa avidità e follia che distruggono la madre annientino la sua filiazione ipermoderna. 
Ma il modo in cui la storia è stata montata, i personaggi che ingombrano in modo quasi imbarazzante la trama, e non ultimo la scrittura – elementare, Watson – non mi hanno per niente convinto. 
Ecco, anche i nomi stessi dei personaggi. 
Ho pensato ai ragazzini che non sanno costruire storie senza assegnare nomi. 
Il bambino non può esistere nella connotazione astratta di bambino (universale), deve essere il bambino Pasquale, il bambino Michele (particolare).

La “particolarità”, in questo caso resta comunque una particolarità di superficie, limitata a "esagerare" le caratteristiche formali dei personaggi - attori o attorucoli, politici e politicanti, imprenditori e arrivisti, insomma il jet set della munnezza. 
Nessuna introspezione psicologica che possa fare "eco", e quanto al movente delle azioni, o alla seppur "fantascientifica" conclusione, vabbuò, meglio sorvolare.

sabato 17 agosto 2013

Il tessitore di vite - Titti Marrone

Titti Marrone è una giornalista. Ha scritto per il Mattino di Napoli per molti anni. 
Conosce bene, e si vede, il mondo delle redazioni. 
(Il personaggio del romanzo che ritengo più "credibile" è proprio una giornalista.) 
Il libro è ispirato ad una storia vera, ad una notizia di cronaca 
Nella postfazione la Marrone  dice che la   notizia  rivelava di una donna che aveva venduto tutti i suoi 14 figli: 
“Ci colpì tutti, ma via via, nel corso della giornata, venne soffocata da avvenimenti che la fecero scolorire. Sopraffatta da politica, economia, nera, subì quello scivolamento all’indietro che la portò ad essere confinata in una delle ultime pagine. 
Ma a me parve forte. Pensai che volesse farsi narrare e non dovesse andare sprecata. Ho provato a farlo, convinta come sono che si dovrebbe sempre scrivere di ciò che si ha sottomano, scegliendo le storie da raccontare tra le cose vicine e tangibili.” 
Mah. 
Una dichiarazione di intenti che mi lascia perplessa. 
Sempre? 
E la fantasia, l’invisibile? 
E’ uno dei modi del raccontare, non il modo. 

Comunque. 
Non me ne frega un cippone di spoillerare, tanto il libro non è un giallo. 
Il perché e il percome della vendita sono giusto abbozzati, l’interesse della Marrone è nell’effetto che il fatto ha su chi è stato venduto ed ha scoperto di sapere che non è quello che pensava di essere.
Il sangue non è acqua, ma quasi. 
E’ un tessuto connettivo allo stato liquido costituito quasi dal 90% da acqua. 
(dici niente) 
Il sangue non è acqua, pare che in tutto il libro questo sia il moto ispiratore, tranne nel finale, dove vivvaddio, si lascia intravedere che genitori e figli si è tali solo perché si vive da genitori e da figli, non per un meccanismo puramente biologico. 
(E fratelli e sorelle lo si è per lo stesso motivo) 
Il tessitore di vite è Riccardo, uno dei figli venduti, che scoperto il magagnone, si prende la briga di ritrovare i fratelli (alcuni) per “ricomporre” la famigghia di sangue. 
Però trovo che il motivo forte della storia si sia in realtà annacquato in un bisogno secondario, ovvero raccontare le vite dei personaggi, le sei singole storie: quella di Riccardo il tranquillo (e ci mancherebbe, casa a Bacoli nel verde e vista mare, famiglia da mulino bianco), quella di Massimo l’antropologo professore esimio in piena crisi esistenziale e professionale, quella di Caterina la sociologa professoressa esimia in piena crisi esistenziale e professionale, quella di Lia la giornalista (Titti Marrone) in piena crisi esistenziale e professionale, quella di Miranda la nemesi, madre di una figlia comprata, in piena crisi esistenziale, che chi campa di rendita e di soldi spasi al sole almeno si risparmia la crisi professionale, e Pietro in drammaticissima crisi esistenziale e professionale, perché fare il venditore di mine antiuomo ed essere scoperto dalla figlia peace and love può pure produrre qualche scombussolamento.

Insomma. 
Date le sei vite, mi spiego perché nessuno dei personaggi abbia avuto la reazione che avrei avuto io, ovvero mandare affanculo senza alcun ripensamento o dubbio il fratello ritrovato.

mercoledì 14 agosto 2013

Una donna spezzata - Simone de Beauvoir

Una donna spezzata è il titolo del primo dei tre racconti che compongono il libro. 
Gli altri due sono L’età della discrezione e Monologo. 
Tre storie diverse, tre donne diverse: il filo rosso che le unisce è il tradimento , reale o avvertito come tale, che innesca una serie di rimurginazioni sul senso della propria identità, granitica veste che si sbriciola di fronte all’evento.
La protagonista del primo racconto, Monique, cornificata dal marito, incartandosi sempre più in tentativi fallimentari di recupero, vive anche l’abbandono. 
“Mi ha mentito!” 
Nel secondo racconto, è il figlio a “tradire” la madre, dinamica intellettuale sessantenne . 
“Ma questa volta sono indignata che non mi abbia tenuta al corrente dei suoi progetti. Indignata e preoccupata. “ 
Nel terzo racconto, uno stizzoso e acido monologo che dura una notte, la notte di capodanno, il “tradimento” della donna che narra era stato determinato dal suicidio della figlia, portandosi dietro una serie di drammatiche conseguenze. 
“ero pulita pura intransigente. Sono stata così fin dall’infanzia l’avevo nel sangue: non barare.”
Mi ha mentito. Mi ha ingannata. Ho sempre detto la verità. 

Sono queste le frasi che mi sono rimbalzate più e più volte nella mente. 
Cosa determina il fallimento, la sconfitta, lo spezzarsi di queste tre donne? 
E’ solo il comportamento “scellerato” degli altri, sono soltanto vittime, o anche carnefici di se stesse? 
Alla menzogna, all’assenza di verità, al “tradimento” da parte delle persone su cui avevano costruito la propria esistenza - il marito, il figlio che si voleva a propria immagine e somiglianza, la figlia che si suicida lasciando un biglietto con la richiesta di perdono rivolta al padre - si contrappone, ad accentuare il senso di disorientamento e di perdita, il percepire se stesse come assolutamente trasparenti, assolutamente esplicite, sincere, vere, autentiche. 
(Nude. Dunque indifese)

Mi è tornata in mente la questione della stanza della Woolf. 
Nessuno può bastarsi da solo (vabbuò, qualche eccezione c’è). 
Però un riparo dove “coprirsi”, una stanza in cui “nascondersi” di tanto in tanto, un luogo intimo e segreto e riservato in cui nessuno può avere accesso, ecco, quello davvero è necessario per poter da lì ripartire e ricostruirsi quando il resto della casa va in frantumi. 
Altrimenti non restano che i cocci e il proprio cadavere sotto i calcinacci.

mercoledì 17 luglio 2013

A che punto è la notte? - Fruttero & Lucentini

A che punto è la notte? 
La notte è fonda e senza luna. 
E’ una condizione immutata e immutabile, dato il brancolare degli uomini tra l’apparenza e la sostanza. 
Guardare non significava vedere, vedere non significava capire.” 

Questo è il nodo fondamentale del giallo di Fruttero e Lucentini: un classico nel genere, in quanto gli elementi narratologici tipici ci sono tutti, dal delitto (anzi due, anzi tre, anzi di più), all’investigatore (anzi più di uno, ma Santamaria impera), agli indizi e falsi indizi.
Ma F&L vanno oltre: mescolano cielo e terra, ambizioni e ritrosie, solitudini e condivisioni, buoni e cattivi, mafiosi e poliziotti, vamp svampite e commissari etici, galoppini e animelle perdute, stenografe dei pensieri e studiosi di barbe posticce. 
Eh, sì, un mondo di pazzi, ormai, una notte insensata e torbida come questa fanghiglia che inzaccherava capricciosamente i rossi, i verdi, gli azzurri, i gialli orgogliosamente partoriti dal Colosseo, da tutti i Colossei del mondo, e ridimensionati da un po' di neve e di pioggia alla loro primigenia condizione di ferraglia dipinta, ferraglia Citroen, ferraglia Fiat, ferraglia Volkswagen, ferraglia Ford, ferraglia Porsche, ferraglia Toyota, ferraglia piena di spinterogeni e scatole del cambio e carburatori e pistoni e cinghie, tubi, tubetti, tubicini... Un insensato, un assurdo ammasso: dove però un bravo meccanico sapeva mettere le mani, avvitare, congiungere, rimontare, collegare.” 
La ferraglia è veramente ferraglia, tolta la cromatura. 
I re sono nudi, altro che voli pindarici e gnosi buone solo alle fanfole.

Un bel libro, nonostante la mole, nonostante la caratterizzazione un po’ sopra le righe dei personaggi (dall’ateo commissario Santamaria – che cognome evocativo, cazzarola! - che s’intrippa in un unidirezionale dialogo mistico, al Don Pezza , arlecchino a servizio dell’ambizione e della follia), nonostante l’inverosimiglianza della faccenda. 
[che poi, la realtà. Chi avrebbe mai creduto se non l’avesse visto coi propri occhi che un primo ministro potesse far passare una escortina per la nipote del Presidente di un altro Stato?]

Un bel libro soprattutto per la non troppo sottile pietà verso l’umana incapacità di andare a parare da qualche parte, per il misterioso dolore che l’attraversa alla ricerca di qualcosa che dia senso, che sia senso, che sia luce.

lunedì 15 luglio 2013

La terra del sacerdote - Paolo Piccirillo

Piccirillo è un visionario. 
La terra del sacerdote
Nel primo romanzo, Zoo col semaforo, si  intervallano  e si intersecavano storie di uomini e di animali.
In questo secondo, in cui  si sfalsano piani temporali e voci, oltre che dagli animali, un ruolo fondamentale è svolto dalla terra. 
“Perché non so’ riuscito a coltivà le anime, almeno voglio coltivà ‘na terra. Lu Signore mi deve dare qualcosa pure a me”.
La terra del sacerdote, così è chiamato Agapito,   non è la sua. 
E’ un pegno,  è la cicatrice di uno sbaglio: è la sua croce.
La terra è secca e sterile, come l’animo di Agapito. 
Gli alberi non danno buoni frutti.
“Affonda le labbra nell’arancia e ne succhia la polpa. Oltre che dura è aspra, sembra un cadavere privato del sangue. Gli fa schifo. Guarda l’albero da cui è caduta. E’ un albero maledetto: un giorno sembra che il giorno dopo le arance appese saranno ottime, e invece l’indomani stanno a terra putride e mezze grigie, molli, e gli girano attorno minuscoli insetti veloci, come succede coi cani morti.”
Ha una colpa, Agapito. 
Una colpa risalente a tanti anni prima,  in Germania, dove  faceva l’operaio in  Mercedes,  il rovistatore di cassonetti, il mariuolo e il prete.
Don Agapito, il sacerdote.

Ambientato tra la Campania e il Molise, e Stoccarda in Germania  - ma la geografia ha i confini vaghi e grigi ed è metafora delle  zone dove imperano miseria morale ed economica, il romanzo di Piccirillo trae spunto dalla cronaca,  interpretando  in modo visionario il reale:   la mano lunga dello sfruttamento, la connivenza “colposa” e silente,  il ripiegamento in una scorza dura incapace di aprirsi agli altri,  come la terra che anche se zappata e irrigata non ne vuole sapere di produrre frutti.
“Dovevo decidere, ho visto quello che dovevo vedere e allora ho chiuso gli occhi, ma io soffrivo troppo (…)
Sono diventata brava a vivere con gli occhi chiusi.
Mi sono abituata, e quando ti abitui poi finisce pure che ti viene un po’ di felicità.”

Il libro di Piccirillo racconta di Agapito ma anche di altri emigrati e di altri esuli dei sentimenti:  di una donna che soffre con gli occhi aperti e poi decide di chiuderli,  di donne tenute come coniglie all’ingrasso perché si possano vendere i loro frutti,  di un uomo che porta una croce e il soprannome della crudeltà,  di Flori che al suo paese costruiva bambole con il cemento, di un vecchio e una vecchia,  di un Essere di gamba, di un inseminatore.
C’è una redenzione: Agapito cerca di ricomporre la frattura con il passato, ma è come tagliare un ramo di un albero le cui radici sono marce.
“Quando un albero si ammala o sta per morire tutti si affrettano a tagliare i rami come se potessero crescerne di nuovi e migliori.
Invece non è così. Non è mai il ramo, il problema sono sempre le radici. Sono loro ad essere malate, ma non hanno il coraggio di uscire fuori dalla terra e gridarlo a tutti; le radici sono codarde, potrebbero salvare la vita di milioni di rami. Hanno sulla coscienza millenni di alberi e di frutti marciti, ammazzati.”  

Piccirillo usa un linguaggio crudo e terrestre,   si serve di  immagini (e ne abusa talvolta, i serpenti, oh)  che dall’ambito animale  e vegetale restituiscono un senso di decomposizione e di morte, di lotta strenua per la sopravvivenza .
Dove e come ci tocca vivere, mi dico,  pensando a ciò che ha alimentato la sua immaginazione. 
E’ pure la mia terra, la sua.

Eppure, in questo libro qualcosa non quadra. 
Il finale, non quadra. 
Mi chiedo se davvero era questo, quello pensato da Piccirillo, oppure la mano longa dell’editing non abbia suggerito e  imposto  un lieto fine ammorbidente -  l’ammore, l’ammore  vero che trionfa! - almeno sotto il profilo dell’individualità,  perché per il resto, insomma, la redenzione  di Agapito non si fa scrupoli dei cadaveri lasciati in terra, e del serpente mortifero che si magna la coda,  Maurizio Baffo di cane, a guardia del pozzo e della sua terra. 
Non so perché, ma mi viene da pensare che tutto, proprio tutto originariamente dovesse essere stato pensato come spreco, putritudine. 
Anche l’ultimo viaggio.

sabato 13 luglio 2013

Zoo col semaforo - Paolo Piccirillo

E’ uno strano libro.
paolo piccirillo - zoo col semaforo
Un romanzo con una trama ben definita, intervallata da una sfilettata di racconti, “ storie di animali che fanno cose strane, senza motivo, lontane da quelle che per natura quegli animali dovrebbero fare, eppure lo fanno. Perché devono farlo, come se esistesse dentro di loro qualcosa di incontrollabile, che non è l’istinto a cui obbediscono sempre, ma un altro istinto; l’altra faccia dell’istinto.” 
Racconti come avulsi dalla storia, e invece no. 
Uomini come animali. Animali come uomini. 
Raccontare la trama ne sminuirebbe l’impatto, la scia di sensazioni che lascia. 
Cosa dico, che c’è un pitbull che azzanna un bambino, e il pitbull è il rimorso/ricordo di un altro cane e di un altro tempo per Slator/Salvatore? 
Che il pitbull condannato a morte da chi ha assistito all’azzanno viene curato e accolto da un uomo che ha visto morire il proprio figlio azzannato da un altro pitbull? 
Descrivo la desolazione e il dolore e la solitudine che sprizza da uomini come Carmine ‘o schiattamuort e Salvatore/Slator ‘o rugnus, e dalle comparse che vivono nelle lande desolate del Casertano e del villaggio albanese? 
Racconto della poetica possenza di alcuni racconti (la campagna azzurra, il falcopensiero) di-spiegandoli? 
Certo è che per essere un’opera prima è davvero un buon lavoro, un lavoro di “intuizioni”. 
E le intuizioni spesso non hanno parole che possano spiegarle. 
Quello che resta è il senso dell’ineluttabile, un drammatico e cupo senso dell’ineluttabilità dei destini.

lunedì 8 luglio 2013

Oh, boy! - Marie-Aude Murail

Ho sempre pensato che un ottimo modo per distruggere il germe del piacere della lettura nei gggiovani sia quello di dare in pasto ai garzoncelli scherzosi moralissimi mattoncini che li rendano edotti riguardo i problemi del mondo: ci tengono i ragazzini - e fanno bene - alla spensieratezza.
Ma intanto si deve pure farli crescere consapevoli di questo e quello e quell’altro e ancora e ancora.
(i cittadini di domani, eh)
Da tutto sto sproloquio si potrebbe dedurre che “Oh, boy!” non è un libro per ragazzi.
E invece cade a fagiuolo.
A fagiuolissimo.
E’ l’eccezione che conferma la quasi regola.
Sottende tematiche delicatissime e importanti (l’omosessualità e il diritto all’adozione, la violenza domestica, la malattia – e che malattia, marò) con il tono e la leggerezza non tanto della fiaba quanto con quello di una sit-comedy, senza la raffazzonatura e la faciloneria che spesso contraddistingue il genere televisivo (e tantissima letteratura per ragazzi).
E’ forse l’ironia, la chiave di volta che tiene in equilibrio (questo sì, ha del favoloso) una storia che sarebbe fin troppo drammatica e melassosa se non fosse stemperata dalla esuberanza e dalla straordinarietà dei personaggi; è impossibile non affezionarsi ai fratellini Morlevent - il genio, la genietta e l’ingenua bambolina- , e a Bart, il cinico, l’egoista, il bello, lo scumbinato ( tanti cuoricini per Bart).
E’ impossibile chiudere il libro senza provare il rammarico di non poter seguire il vento dei Morlevent, brezza o tempesta, un anno ancora, due, tre, dieci, per verificare se la tenue speranza con la quale si chiude il sipario diventerà lieto fine.

giovedì 4 luglio 2013

Tutti i fuochi il fuoco - Julio Cortázar

Le modalità narrative di "Tutti i fuochi il fuoco" mi hanno ricordano moltissimo quelle della raccolta "Tanto amore per Glenda", dominata dalla fusione e dalla con-fusione tra passato e presente e luoghi distanti, tra sogno e realtà.
Cortázar - Tutti i fuochi il fuoco
Però sono pochi i testi che svicolano dall’impressione del troppo costruito, del forzato, dell’esercizio di sperimentazione letteraria, in particolar modo l’artificio è evidente in quello che dà il titolo alla raccolta e in L’altro cielo, dove il lavoro di montaggio dei piani temporali diversi è troppo svelato e palese, dove la “finzione” è troppo evidente perché possa scattare una sorta di empatia emotiva, di stordimento, di sorpresa, di fascinazione che vada oltre quella del oh, ahh, ma che bravo a scrivere così e cosà.
Ho trovato invece belli e suggestivi “Il sogno di un’isola” che racconta di un’anomala ossessione, e "L’autostrada del Sud". 
A quest’ultimo si sono ispirati anche i registi Godard e Comencini. 
Da una situazione apparentemente ordinaria - un cacchio di traffico sull’autostrada che fa avanzare la spianata di auto di mezzo centimetro al minuto e manco quello per ore e ore intere - si scivola in una sorta di orribile incubo, incastrati per un tempo indefinibile in un non-luogo. 
Non un fine settimana, non un mese, ma intere stagioni durante le quali si alternano afa e neve sui tettucci delle auto che si trasformano in ospedali da campo, in alcove, in bare. 
Un tempo e un luogo sospeso in cui l’uomo si riappropria di una socialità nuova e più profonda. 
(non è possibile vivere da soli) 
E quando l’incubo dell’ingorgo si scioglie e si scioglie la comunità coatta degli automobilisti, resta il rimpianto di aver perso qualcosa, qualcosa che non si potrà mai più riavere, mai più riprovare. 
Solidarietà e amore, forse. 
La capacità di riorganizzarsi, di soprav-vivere fuori dagli schemi, e l’insofferenza al contrario per tutto ciò che è norma.

Comunque. 
Ho avuto un’illuminazione. 
Una specie di bolla verde luminescente seguendo la quale sono– le rivelazioni e le gnosi sono universalmente valide solo per chi è stato illuminato - giunta alla percezione della verità. 
Cortázar è un fama che vorrebbe essere disperatamente un cronopio. 
(le Storie di cronopios e di famas sono la sua opera più bella)

domenica 30 giugno 2013

Madre notte - Kurt Vonnegut

Madre notte è la fittizia autobiografia di Howard W. Campbell jr, internato nel carcere di Gerusalemme in attesa di essere processato dalla Repubblica di Israele per crimini di guerra. 
Ma chi è veramente Howard W. Campbell jr.? 

E’ solo la figura intellettuale di spicco della propaganda antisemita e nota voce della radio nazista, o, come sostiene, un agente dello spionaggio americano che, attraverso la modulazione vocale, informa gli alleati dei movimenti dei tedeschi? 
A me non importa. In entrambi i casi è una figura biasimevole. 
Dando per buona la sua versione dei fatti, ovvero che è una spia al soldo degli americani, è biasimevole ugualmente. Fa dell’inautenticità della vita la sua personale modalità di relazione con il mondo. Campbell aveva la sua ragione di vita nello Stato di due, nella relazione con la moglie Helga. Disprezzava il resto del mondo, offuscato dal sublime miracolo di una fede senza dubbi, che non riconosce le sue intrinseche contraddizioni. La falsità, l’inganno come codice di vita. “Non mi sono mai detto posso fare a meno di questa o di quella realtà”. 
Spie, ingannatori sono anche le persone più vicine a Campbell, l’amico Heine Schilaknecht, l’innamorata Resi, il vicino di casa Kraft . 
Poi un’idea guizzante come un’anguilla s’insinua, e guardi oltre i personaggi che vivono il libro, cogli il mondo in cui essi agiscono. Ed è un mondo orribile. 
Tutti sanno e sono - se non complici - indifferenti. 
Campbell riferisce rispetto alle idee antisemite che propagandava alla radio nazista: “non ci credevo, sapevo fin troppo bene di dire cose stupide, distruttive, e così ridicole da essere perfino oscene”. 
Ma tanti ci hanno creduto, o hanno fatto finta di niente. 
Madre notte non è solo il riferimento tratto dal Faust di Goethe che Campbell attribuisce a se stesso. 
Madre notte è il dominio dell’indifferenza, dell’oblio dell’evidenza, il dissolversi della chiarezza e dell’onestà. 
La notte cala troppo spesso sull’anima e sulla mente degli uomini, che fanno qualunque cosa per uscirne vivi, mentendo o seguendo braccia forti da cui si può essere stritolati, nascondendosi negli angoli, appiattendosi ai muri. 
A me tutto questo non piace affatto. Non mi piace la fede senza domande e soprattutto non mi piacciono l’assenza di coerenza, la mancanza di coraggio, l’indifferenza e l’indifferenziato.  
Tra bene e male c’è differenza. 
E si può scegliere. 
Voglio credere che si possa sempre scegliere tra bene o male. 
Campbell, lei è colpevole, in ogni caso.

sabato 29 giugno 2013

Il partito preso delle cose - Francis Ponge

Descrivere la matericità, la fisicità del mondo in una prospettiva che escluda il dato sentimentale, affettivo, filosofico, concettuale, per concentrarsi sulla "essenza" delle cose, e guardarle con occhi nuovi.
Ponge induce a osservare la materia e a percepire le "cose" in modo tale che il lettore-soggetto pensante, sia sospeso e messo a parte di fronte alla "evidenza" ontologica degli oggetti descritti. 
Le descrizioni danno a forme note (l'acqua, la candela, una giovane madre, il pane) una sorta di "vitalismo" anomalo, surreale. 
Non solo alberi e animali e persone, ma anche le pietre e i "ciottoli", materia inorganica per eccellenza, sono forme vitali inserite nel grande circuito del divenire universale, dotate di "evidenza" propria. 
E' questo il tentativo messo in atto da Ponge. 
Una sorta di "neo-naturalismo materialista"che invita a "riproporzionare" l'umanità, e "Appunti per una conchiglia" ne è il manifesto (ed uno dei segmenti più riusciti). 
Tuttavia. 
Il titolo originario del libro è "Parti pris des choses, compte tenu des mots". 
Non si può fare a meno di "descrivere" senza tener conto del linguaggio, delle parole. 
Molte, troppe pagine "grondano" di retorica. 
(di insostenibile retorica)


* altre divagazioni e alcuni poemetti



giovedì 20 giugno 2013

Diario di Irlanda - Heinrich Böll

In 50 anni cambiano moltissime cose. 
Soprattutto se i 50 anni in questione sono quelli che separano l’oggi dalla metà del secolo scorso. 
(25 anni vedevo come fantascientifica, nonché desiderabilissima, l’ipotesi di poter telefonare e vedere contemporaneamente le facce, che certi silenzi, certi borbottiì, senza gli occhi non riuscivo a decodificarli)

L’Irlanda raccontata da Boll nel 1957 era diversa da quella di adesso. 
diario d'irlanda - boll
Di sicuro ora si emigra di meno, di sicuro ci sono meno preti in giro, di sicuro le donne, “le creature operose di questa terra”, hanno trovato posto nelle bettole tra il whisky e la birra. 
In epigrafe al libro Boll scriveva: “Questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore.” 
Sono contenta di esserci andata prima di aver letto il libro. 
Dominano i miei ricordi il verde e la pioggia dolce, i cimiteri trafitti da centinaia di croci celtiche, l’attesa che un lepricano spuntasse da un sasso muschioso degli infiniti pascoli (è incredibile quanto sia verde, l’Irlanda, anche alle porte di Dublino) e quel gusto che definirei “pittoresco” prendendo a prestito il termine dalla storia dell’arte, nel lasciare in stato di finto abbandono le rovine delle antiche abbazie.
“…non si avverte traccia alcuna di violenza. Il tempo e gli elementi con infinita pazienza si sono divorati tutto quello che non era pietra e dalla terra crescono cuscini su cui le ossa si posano come reliquie: il muschio e l’erba.”

Se l’avessi letto prima, non l’avrei trovata, l’Irlanda di cui Boll racconta, perché mi sarei ostinata a cercarla. 
E invece.
“IL folklore è un po’ come l’ingenuità: quando ci si accorge di averla, si è già perduta”

sabato 15 giugno 2013

Una sposa conveniente - Elsa Chabrol

«Non voglio che altri lesinino sulla mia lapide o scrivano chissà cosa. Così sono sicura che non ci saranno errori.»
Aveva dunque scelto con cura dei caratteri stilizzati:
JULIETTE VIALAS 1904-2004
Fui come siete, sarete come sono “

La lapide di Juliette è in bella mostra nella sala, accanto al televisore. 
Elsa Chabrol
Certo, avrebbero dovuto cancellare e riscrivere la data di morte, ormai il 101 compleanno era stato superato e la vecchiarda era ancora in piena forma.

Juliette è un personaggio formidabile, così come tutti gli altri abitanti di Polingeac, un borghetto sperduto nelle Cevenne, collegato al resto del mondo dal televisore e dalla automobile dell’unico giovincello ultraquarantenne rimasto in paese, Pierrot. 
E’ lui che si occupa di fare la spesa e portarla a domicilio e si prende la briga di tutte le riparazioni occorrenti – tetti, lavandini, cavi elettrici - ai suoi quattro compaesani –anzi, per l’esattezza ai suoi nove compaesani.

Così come si irrigidiscono le articolazioni, un cric ad ogni passetto, così si irrigidiscono le posizioni mentali, nei vecchi. 
Si impuntano, fanno dispetti. 
Perdono l’elasticità mentale, la capacità di aprirsi agli altri. 
Diventano sommamente egoisti. 
(nonché scassacazz)

A Pouligeac i vecchi si detestano più o meno tutti, e i rapporti di vicinato sono inesistenti: ognuno è rinchiuso nella monade della propria cocciutaggine. 
Negli anni si sono inaspriti i rancori, e l’incapacità di scambiarsi anche il saluto diventa abitudinaria come il clap dell’orologio. 
Solo un evento straordinario – manco la guerra, figurarsi un funerale – riesce a scuotere i vecchiardi dalla loro chiusura. 
C’è un pericolo da sventare, un terribile pericolo contro cui fare corpo comune: trovare una donna al Pierrot aggiustatutto per evitare che se ne vada dal borghetto, pena la propria sopravvivenza. 
Un moto niente affatto altruistico, la verità.

La vicenda, raccontata con ironia e briosità, non andrà proprio secondo i piani, ma alla fine tutto si concluderà bene. 
In questa fiaba dolce e sarcastica ci sono molti luoghi comuni, ravanati fin al fondo del barile, però la leggerezza e la caratterizzazione straordinaria dei personaggi, Juliette e Léonie la talpa sopra tutti, fanno chiudere un occhio. 
Anzi, strizzarlo.
(magari fossero tutti davvero così, i vecchi)

domenica 9 giugno 2013

Educazione siberiana - Nicolai Lilin

Ho fatto fatica a terminare questo libro. Ho dovuto resistere alla tentazione di abbandonarlo, perché mi ha inquietato, indignato, offeso. Mi ha costretto a superare delle vere e proprie barriere mentali. 


Prima barriera. 
Ho dovuto accettare che il contenuto della narrazione è vero. Ed è vero, come è vera la mia realtà, che è anche quella di Gomorra. Con una differenza sostanziale: Saviano racconta ciò che sa e deduce, Lilin racconta ciò che ha fatto  e gli hanno insegnato e raccontato. 
Educazione siberiana è il racconto autobiografico   di Nicolai Lilin, criminale onesto, cresciuto in Transnistria, ex URSS, ora stato indipendente ma non riconosciuto , situato tra la Moldavia e l’Ucraina. Economia “legale” basata sul commercio d’armi. 
(mica sapevo che esistesse la Transinistria, e invece pure esiste, anche se de facto, come dice Wikipedia)

Seconda barriera. 
Lo stile. Chissenefrega. Scritto di propria mano, con l’aiuto di un curatore, sotto dettatura, ma chi se ne frega. Nicolai da bambino, nelle risse, taglia “ai nemici” i legamenti dietro le ginocchia con il coltello, da adolescente crivella di proiettili di una Nagant un’auto con cinque persone nude dentro. Pretendere, dal racconto di un tale modus vivendi, uno stile curato, colto e articolato è mettersi a pettinare le foche e a fare le treccine ai calvi. 

Terza barriera. 
Il mondo criminale non è omogeneo: ci sono criminali onesti. Questo è stato il paradosso più difficile da digerire, l’ossimoro più complesso da comprendere. Lilin è cresciuto nella comunità criminale degli urca siberiani, criminali onesti che disprezzano la criminalità “disonesta”. 
Gli Urca siberiani sono duri e puri perché difendono la loro integrità culturale. E la difendono da chi viola le regole siberiane: nessun offesa alla religione, nessun offesa all’autorità degli anziani, nessuna offesa ai disabili, considerati voluti da Dio e perciò accolti e protetti dalla comunità, nessuna offesa alla comunità, nessuna offesa alla libertà individuale se codificata dal gruppo. Per questo motivo, nessun accordo con i criminali disonesti, che preferiscono la logica individualistica del profitto a quella familistica della condivisione e del sostegno reciproco, e soprattutto nessun accordo con la criminalità di Stato, che già in età stalinista ha sradicato la comunità attraverso le migrazioni forzate, e obbliga per legge al lavoro, obbliga alla leva, sfrutta il lavoro degli umili e le ricchezze della terra. 
Ma chi è “maleducato”, per un siberiano, ci rimette la pelle. 

Quarta barriera. 
Superare l’orrore della violenza, soprattutto quella del carcere minorile, e quella dell’ospedale. 
Tutti, guardie e criminali, criminali e infermieri, accumunati da una brutalità impietosa. Ma non vedere non cancella ciò che c’è o c’è stato. 

Quinta barriera. 
Riconoscere che Il mondo criminale, in tutta la sua scala gerarchica, è dannatamente esecrabile, ma il resto del mondo spesso non lo è di meno. 


domenica 5 maggio 2013

Treno di notte per Lisbona - Pascal Mercier


“Questa è l’introduzione» disse il libraio e cominciò a sfogliare il libro. «E così, a quanto pare, comincia, capitolo dopo capitolo, a scavare alla ricerca di tutte le esperienze sepolte. Essere l’archeologo di se stesso. Ci sono capitoli di parecchie pagine, e poi altri brevissimi. Qui, per esempio, ce n’è uno composto di una sola frase.» Tradusse: Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è 
in noi, che ne è del resto? “

[Il resto è niente]
Il professore Raimund Gregorius è capa e lingue morte. 
Così talmente capa e lingue morte che fuori dall’ambiente accademico non se lo fila nessuno. 
Un giorno gli succede una cosa straordinaria. 
Salva una donna che tenta di suicidarsi gettandosi da un ponte, se la tira dietro, fradicia e zuppa, nel liceo dove insegna, a Berna, sotto gli sguardi attoniti degli allievi. 
La donna è portoghese. 
Pronunciando la parola portugues gli apre gli occhi su un mondo nuovo, un mondo fatto di parole, ma commette un errore. 
Un gravissimo errore. 
Invece di scrivergli sulla fronte un indirizzo, gli scrive un numero di telefono. 
E gli orafi delle parole i numeri non li cacano proprio. 
Sicchè, questo straordinario fatto che gli capita, alla fine del romanzo proprio non conta.

La donna del ponte –spoiler spoiler spoiler - è un bizzarro espediente narrativo piazzato come cavolo a merenda (uammamà, che banalità da romanzetto rosa sarebbe stato raccontare di un colpo di fulmine e della spasmodica ricerca della femme fatale) affinchè il protagonista intraprenda il viaggio di notte per Lisbona, munito di libro, il libro magico di cui sopra donato generosamente dal folletto libraio, a cui aveva rivelato di voler sapere qualcosa di più sul Portogallo.
Il professore parte e si mette alla ricerca. 
Alla ricerca di cosa è arduo dire. 
Di se stesso, del sè che sarebbe potuto essere, del tempo che non c’è più, delle infinite possibilità e impossibilità di rifondarsi, di una lingua pura e nuova. 
In ogni caso e per ogni evenienza la guida è il libro – IL LIBRO – e dunque la ricerca non può che dirigersi in primis verso la ricostruzione di vita morte e miracoli del suo autore, Amadeus Ignazio De Almeida Prado. 
Amadeus oltre al libro scrive mappatone di lettere e di fuglitielli gelosamente conservati dai destinatari e dai custodi della memoria e generosamente tirati fuori - un foglietto alla volta però – e dati in ispirata lettura al professore ad ogni incontro (quanti incontri), affinchè possa ricostruire tassello dopo tassello ogni passo della vita soffertissima e dolente dell’autore. 
Eh, regime totalitario di Salazar, mica la bambagia svizzera nella quale il professore aveva sempre vissuto.

La storia di Amadeus non sarebbe neanche male, se non fosse così impapocchiata dentro la storia del professore errante, se non ci fossero ad ogni piè sospinto quintalate di filosoficheggiamenti e drammoni esistenziali propinati al lettore sotto forma di quaestio così impostate: 
“Esiste Un mistero sotto la superficie dell’agire umano? Oppure gli uomini sono tali e quali ce li mostrano le azioni, così come esse si manifestano nella loro evidenza? Ma che succede quando ci accingiamo a comprendere qualcuno nella sua interiorità? È questo un viaggio che giunge mai al suo compimento? L’anima è un luogo costituito da realtà di fatto?” 
” E davvero gli importava di sapere – gli importava realmente – che cosa pensavano? Il fatto di non saperlo dipendeva dalla sua testa provata dall’insonnia o stava invece per acquisire consapevolezza di una estraneità che era sempre esistita, ma nascosta dietro rituali sociali?” 
“Quand’è che le cose cambiano? Quando quel viluppo comincia a stringerci più forte fino a soffocarci? In che punto si riconosce la sua lieve, ma inflessibile pressione che ci fa capire che non verrà mai meno? Dove lo si riconosce negli altri? E dove in se stessi?” 
“Quanto dura un mese?” 
“La solitudine che paventiamo: in che cosa consiste in fin dei conti? Nel silenzio di rimostranze sottaciute? Nel non dover più avanzare con cautela, trattenendo il respiro, sul campo minato delle bugie coniugali e delle mezze verità fra 
amici? Nella libertà di non avere nessuno davanti a sé quando si pranza? Nell’abbondanza di tempo che si dischiude quando ammutolisce il tambureggiamento degli appuntamenti? Non sono tutte cose meravigliose? Uno stato paradisiaco? In cosa consiste allora il timore? Non si tratta alla fin fine di un timore che sussiste per il solo fatto che non abbiamo esaminato a fondo il suo oggetto?” 
E’ meglio l’uovo o la gallina? (no, quest’ultima l’ho aggiunta io)

Nel libro sono citati esplicitamente “ L’uomo che guardava passare i treni” di Simenon e “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” di Pessoa. 
Ebbene, niente di più lontano da entrambi, nonostante vi si riconoscano moltissimi debiti e prestiti.

“Il kitsch è la prigione più insidiosa di tutte. Le sbarre sono ricoperte d’oro – l’oro dei sentimenti irreali e semplificati – tanto che le si scambia per le colonne di un palazzo.“
Parole boomerang: Treno di notte per Lisbona è un libro kitsch.


altre divagazioni

mercoledì 1 maggio 2013

Signora in rosso su fondo grigio - Miguel Delibes


“Io non so immaginare la mamma come una maschera, a sbavare in un ospedale psichiatrico o paralizzata per il resto della vita. Se la morte è inevitabile, non sarà stato meglio così?”

Miguel Delibes

E’ una domanda aperta, la conclusione del romanzo.
(Io ho la mia risposta. Non ci si rassegna alla morte, ma è ancora più  difficile rassegnarsi alla non vita).
Il narratore, un artista in preda al vuoto creativo e affettivo, ripercorre le tappe della sua vita –la malattia e al morte di Ana, sua moglie -  raccontando/raccontandosi  come in una lunghissima lettera rivolta alla figlia,  di ritorno dal carcere, detenuta  per motivi politici ( sono gli anni della fine del franchismo in Spagna).
Il ritratto della signora Ana è quello di una donna “che con la sua sola presenza alleggeriva il peso del vivere”, discreta e gioiosa, un tocco di farfalla.
Ana è madre di una  caterva di figli;  ma a quasi 50 anni è sottile e slanciata, non  un filino di ciccia o una smagliatura, bella e tosta, come una ragazzina.
La malattia le avrebbe  lasciato segni: paralisi del volto, tuttavia sempre meglio di un chilo in più.
Un imprevisto, dopo l’intervento chirurgico, le impedirà di invecchiare.

 “Quando qualcuno di indispensabile ti lascia per sempre, rivolgi gli occhi dentro di te e non trovi altro che banalità, perché i vivi, paragonati ai morti, risultano insopportabilmente banali. (…) Un giorno ti accorgi che chi ti aiutò a essere quello che sei non è più al tuo fianco e allora ti duoli inutilmente della tua ingratitudine. Forse le cose non possono andare diversamente, ma è così difficile da accettare. L’impossibilità di poter recuperare il passato e correggerlo è una delle limitazioni più crudeli della condizione umana. La vita sarebbe più tollerabile se disponessimo di una seconda opportunità.”

Non c’è niente da fare, è così.
La morte cancella i peccati ai defunti  e ne addossa  ai viventi. 

sabato 13 aprile 2013

Fight club


Bisogna portare pazienza, e arrivare fino alla fine. 
E' li che si rivela per quel che è: un libro complesso, affascinante, pluritematico: l’insofferenza verso il mondo contemporaneo, l’inadattabilità e le spinte eversive, l’amore che distrugge e salva, il tema del doppio. 
Tutto “bollito e schiumato” in uno stile febbricitante e alienato. 
Mi è piaciuta molto la “circolarità” del racconto, l'inizio è nella fine.
Il fight club è oltrepassare i limiti del dolore come catarsi. Purificazione.
Ma questo è secondo me solo il primo livello di consapevolezza a cui giunge il protagonista della storia, Tyler.
Distruggere tutto, anche se stessi, per rigenerare il mondo.
“Distruggeremo la civiltà per poter cavare qualcosa di meglio dal mondo”.
Il secondo è la consapevolezza del limite.
Lo scopo del Progetto Caos, la prima regola,  è la completa e immediata distruzione della civiltà.
Che cosa viene dopo nel Progetto Caos nessuno lo sa salvo Tyler. 
La seconda regola è che non si fanno domande.
I seguaci di Tyler sono scimmie spaziali. Non fanno domande e obbediscono.
L’alter ego di Tyler viola la regola. Domanda, chiede. Parla del fight club. Lascia le tracce nella fotocopiatrice dell’ufficio.
La terza consapevolezza è quella dell’umanità che salva e viene salvata, attraverso ciò che si ama.
E, nello specifico, è Marla. 
La voce narrante incontra Marla e poi Tyler. 
Marla non ha la vita perfetta come quella della voce narrante. 
Marla è il disordine che genera Tyler.
"Io voglio Tyler. Tyler vuole Marla. Marla vuole me. Io non voglio Marla e Tyler non mi vuole per le palle, non più. … Senza Marla, Tyler non avrebbe niente."
L’alter ego di Tyler deve uccidere Tyler perché deve proteggere Marla. Deve salvarla.
“Dico che no, non so dirle che cosa deve succedere. E spingo l’uno, i due, i tre molari nella terra e i capelli e lo sterco e il sangue e le ossa per non lasciarli vedere a Marla”.
Così come Tyler deve far toccare il fondo alla voce narrante per salvarlo dal conformismo e lasciarlo amare Marla.
“Quel vecchio detto secondo cui uccidi sempre ciò che ami, oh bè, funziona in un senso e nell’altro”.
E, ovviamente, coloro che si soffermano sul carattere militaresco del fight club, che esiste più nella testa che nella realtà ( nasce dalla difficoltà di relazionarsi con il mondo), possono appropriarsi dei modi e dei simboli dello squadrismo anarcoide o di destra. Ma è cogliere solo l’olio galleggiare sulla superficie dell’acqua e non spingere la testa sotto.