giovedì 22 maggio 2014

Ghiaccio-nove - Kurt Vonnegut

"Signore, come muore un uomo quando viene privato della consolazione della letturatura? 
"in uno o due modi, "disse lui, "per pietrificazione del cuore o per atrofia del sistema nervoso."

Ghiaccio-nove non emoziona, almeno rispetto a Mattatoio n. 5
E' molto più cerebrale, ma meno potente e incisivo di Madre notte. 
Un Vonnegut in tono minore. 
Tuttavia , anche in questo romanzo fanta-scientifico (e la scissione del temine è volontaria) ritorna uno dei suoi leit-motiv: l' etica della menzogna come guida alla sopravvivenza.
Il ghiaccio-nove è una scoperta scientifica dalla forza distruttiva infinitamente più potente della bomba atomica, la cui incauta gestione porterà all'apocalisse. Sopravviverà un manipolo di individui sghembi e strani, e il narratore, uno scrittore che partendo dall'intenzione di scrivere un libro sul giorno dello sganciamento della bomba atomica visto con gli occhi di chi l'ha costruita, arriva nell'isola di San Lorenzo, culla del bokononismo e della sua negazione. 
Ma quello che resta, dopo la lettura, oltre all'accusa di stupidità dell'agire umano, incapace di prevedere conseguenze, direzioni, sensi, oltre l'ombra del proprio naso, è proprio l'invenzione del bokononismo, una religione nata in modo casuale da un santone improvvisato, della quale si declinano ritualità (eh, il boko-maru) e principi. 

Il caposaldo della setta è nella prima affermazione dei Libri di Bokonon: 
"tutte le verità che sto per dirvi sono spudorate menzogne". 
Ma solo seguendo la "foma", la menzogna, si può arrivare alla felicità e alla serenità. 
(e pure nelle altre religioni. La religione può essere utile)
Il bokononismo deresponsabilizza. 
Pensare di rientrare in un progetto imprescrutabile e incomprensibile (dov'è la verità, se l'assunto di partenza è la menzogna?), deresponsabilizza. 
L'assenza di responsabilità individuale va di moda. E' sempre colpa degli altri. Tanto, poi ci si accomoda nella "foma". 
Ma qualcuno, colto da improvvisa illuminazione, non potrà non cogliere il paradosso del pensiero bokononista: 
"la straziante necessità e al tempo stesso la straziante impossibilità di mentire sulla realtà". 
E allora resta solo la sensazione di impotenza e di sconfitta. 
Bokonon lo sapeva già.

venerdì 9 maggio 2014

Primavera di bellezza - Beppe Fenoglio

La componente autobiografica è fortemente presente in questo romanzo: Fenoglio  era studente universitario quando fu richiamato alle armi e spedito al corso di addestramento per allievi ufficiali nel 1943, prima in Piemonte (Ceva, che diventa Moana, nel libro) e poi a Roma, come Johnny,  il protagonista:
 “Al momento della chiamata alle armi si trovava a metà degli studi per diventare professore di lingua e letteratura inglese
Sono sicura che anche il “sentire” di Johnny sia  lo stesso che aveva provato talora  Fenoglio:
Beppe Fenoglio, primavera di bellezza
 “Nel filone della brezza che faceva vorticare le foglie dei pioppi come tante elichette, accennò ad aprirsi la giubba: si opposero le giberne, ma l'impedimento non valse a ricordargli ciò che le giberne rappresentavano. Dietro, gli spari echeggiavano sempre più fiochi, voci umane non gli arrivarono più. Scavalcato un arginello, gli appari l'acqua; stagnava, profonda e muta, quasi solida nella sua immobilità e nel modo con cui combaciava con l'altra riva, un arenile ammiccante sotto il sole. Da una macchia al limite della sabbia un misterioso uccello mandò il suo verso spaventato e cattivo, ultimo. Nel silenzio che seguì, Johnny si concentrò tutto nell'acqua: era sorella dell'acqua del fiume che lo aveva allevato, quella dei suoi solitari bagni mattutini, dove e quando la millimetrata immersione gli procurava una pungente lunga voluttà quale nessuna donna ancora aveva saputo regalargli.
Stremato da quell'eccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era l'esercito italiano, la guerra che esso stava disastrosamente perdendo, il corso di addestramento che si teneva a Moana; gli fosse comparso dinanzi Jacoboni, o lo stesso Di Leva, avrebbe appena battuto una palpebra, persuaso di annullarlo con quel minimo moto.

Come Fenoglio,  il protagonista del romanzo è a Roma   l’ 8 settembre, il giorno dell’armistizio:  assiste allo sfascio dell’esercito, cerca di tornare a casa  vestendo abiti civili e sfuggendo lo sguardo e il mitra dei tedeschi (gran bell’impresa trovarne, di abiti civili, e risalire la penisola su treni stipati come carri bestiame)  , ma prima di arrivare a casa si imbatte nei “ribelli” e si aggrega loro, scoprendo  nella guerra contro il nemico tedesco  un  “valore”,  il senso da dare alla  propria esistenza.
Lui, Johnny, che dell’esercito e della divisa se ne infischiava una cippa, che era per natura un solitario e un  riflessivo, che avrebbe voluto tornare a “baita”, incita all’azione il piccolo gruppo di partigiani scampati all’incursione nazista che ha bruciato il paesino che accoglieva la base.

Allora Johnny disse: « Un modo ci sarebbe, di ringraziare Geo e tornarcene a casa senza sentirci troppo inferiori a uno sputo. Aspettarli al ritorno e fargliela pagare in parte. »
Modica assentì immediatamente e senza eccitazione, Cattadori e Coromer non batterono ciglio, ma Sciolla si turbò più del necessario. « Un'imboscata? Un'imboscata di noi cinque a centinaia di tedeschi? Ragazzi, vi par poco? Non dico che non la si possa fare... »

Johnny sorride alla morte che lo attende.
E’ un uomo, non uno sputo.

Eh, la Resistenza.

domenica 4 maggio 2014

Cristo tra i muratori - Pietro Di Donato

Cristo tra i muratori
Di Donato era figlio di immigrati abruzzesi, e parte della sua esperienza personale è trasposta nel libro “Cristo tra i muratori”: suo padre morì nel cantiere, e lo stesso scrittore divenne muratore, così come Paolino, il ragazzino protagonista del romanzo. 
Paolino a 12 anni deve sostituirsi a suo padre, con le difficoltà connesse alla giovane età ( i muscoli, eh, i muscoli e le braccia hanno da essere forti per costruire muri) e inizia a lavorare, in un ambiente straniero e ostile, per sostenere la famiglia. 
(La famigghia, di quelle senza ombre e senza macchie: quercia e catena)
E’ un libro del 1937, pubblicato in Italia nel 1959. 
Uno spaccato della condizione degli immigrati, costretti prima alla fatica di trovare il lavoro e poi a quella di mantenerlo, fino a che morte non li separi. 
E’ il racconto di fame, fatica, angoscia, solidarietà e affetti, di feste rare e smargiasse; il racconto di una vita ridotta alla pura e semplice speranza, una speranza che è al di là dell’oggi, che s’affida alle parole delle fattucchiere e delle preghiere.

La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli. » 
E’ stato il mio pensiero ricorrente.]

Pietro Di Donato conosceva il job. 
Onde d’ambra incandescente galleggiavano sul cantiere, l’acciaio sudava minio, il palco sapeva di cenere di pineta, il mattone si fendeva in lamette rosse di argilla bruciata, nel secchio di cemento la sabbia vergine e la calce viva disegnavano brulicami grigi, e gli uomini odoravano di carni abbrustolite.” 

Il cantiere è vivo e assicura la vita, la sopravvivenza. 
E’ un mostro che si addomestica. 
Il rischio però che ingoi e maciulli è sempre presente. 
Ma la colpa, di chi è la colpa? 

Quella notte passò nell’incertezza, nella sensazione che, per qualche oscuro motivo, la famiglia di Geremia fosse dalla parte del torto, e che dalla parte del torto fossero le umili facce spaurite nei corridoi dell’Istituto Liquidazione Infortuni, e tutti coloro che vivevano alla giornata negli appartamenti sopra il loro, tutti gli uomini che sudano bestemmiano e muoiono sul lavoro; volgari e immorali tutti, di peso alla carità pubblica, impotenti di fronte al trionfante potere della legge. 
E Paolino stringeva disperatamente il cuscino. 
O Dio che sei nei Cieli, in che mondo e in che paese siamo? Abbiamo mai pensato di far male? Qual è la nostra colpa? 
Verso l’alba, Nunziatina si addormentò sulla stessa domanda: qual è la nostra colpa? 
Nati nel peccato, rispondevano i muri e il buio e l’aria e la paura.

Allora come ora, purtroppo, ancora accade.

domenica 16 marzo 2014

Hazard e Fissile - Raymond Queneau

Raymond Queneau Hazard e Fissile
Bella la copertina, la Q con polpessa e granchietti. 
In libreria ho leggiucchiato l’aletta interna: primo esperimento narrativo (di Raimondino !!), inedito (uààà!), esilarante parodia e una distorsione delle peripezie classiche del romanzo d’appendice. 
Come resistere? Lo prendo. 
(Dieci euro, grazie)
Mancano solo i pirati, perché poi dentro ci sta tutto: il circo, gli inseguimenti, il pagliaccio, l’investigatore, i delitti, l'orangotango, i travestimenti, le piovre assassine, le agnizioni, il killer negro kon accento alsaziano, il tappeto con il cadafero arravugliato, la fanciulla rapita, le seghe, il cimitero, il nano di cristallo, il mostro verde, minchia, ma come, nella grotta entrano Adrien e Lazzaro Hazard e poi Adrien diventa, dopo dieci righe, Sulpizio Fissile?? Vabbuò, ià. 
(e che minestrone)
Se dovessero pubblicare la raccolta dei bigliettini d’ammore che R. Q. passava sotto il banco alla riccioli d’oro seduta davanti, in prima elementare (ah, ritrovarli - che fortuna! - si potrebbero cogliere nelle sgrammaticature gli anticipi delle future manipolazioni del linguaggio!), non mi farò fregare, non me la compro.
(Non lo so perché vengo sempre più spesso colta da attacchi di bulimia conoscitivo-letteraria. Dovessi fare una tesi, uno studio critico, un’esegesi dell’opera omnia di Queneau , sarei pure giustificata. 
Ma. 
Non lo devo - né voglio - fare. 
Mannaggia.)

mercoledì 5 marzo 2014

Lascia stare i santi - Guido Barbujani

C’è un luogo di confine, un interregno, dove le settorialità, le superspecializzazioni,  non hanno posto. 
E’ il luogo dove alberga la  curiosità intellettuale. 
E allora succede che il resoconto di un’esperienza di  ricerca scientifica rigorosa sposti il suo asse su molti altri piani.
Così è Lascia stare i santi
Io sono quello che ha rotto il dente a San Luca
E’ Guido Barbujani, genetista, professore universitario, a compiere il gesto. 
Lo fa però  su incarico del Vescovo di Padova, che  affida ad una equipe di scienziati, storici, botanici, paleografi, numismatici, antropologi (e pure esperti di serpenti),  il compito di verificare che le reliquie conservate nell’arca in  santa Giustina appartengano davvero a San Luca Evangelista. 
Eh, perché mica è facile, dei corpi di santi e martiri si faceva moltiplicazione e divisione, commercio e ruberie: falangi, tibie, rotule e  corpi senza testa o teste senza corpo sono sparse nei quattro cantoni del mondo cristiano e anche dello stesso San Luca (o suoi pezzetti) varie conventicole   ne vantano il possesso. 
Eccerto. 
Le reliquie fanno i miracoli. (come non pensare a stimmate, acque di sorgenti francesi, a Montalcina che è diventata megalopoli del bussssiness religioso, ancora adesso, ancora adesso?)

Il resoconto, in prima persona,  comincia in media res. 
In Siria. 
C’è un passaggio di denaro, dentro un ascensore, tra un colonnello e l’autore. 
E’ per avere campioni di sangue da cui estrarre il DNA per confrontarlo con quello estratto da una radice e da un  dente di san Luca. 
Un’avventura, quella siriana. 
Più facile far passare un carico di kalashnikov che dei campioncini  di materiale ematico. 
(no aids, no aids)
Su come vada a finire il lavoro scientifico, su quali siano i risultati della ricerca, su che canali e con quali scambi e intrecci interdisciplinari si arrivi ad una conclusione, non dico nulla: nel bene o nel male una ricerca scientifica ha pur sempre un approdo, anche se basato su probabilità piuttosto che su dati incontrovertibili.

Non è solo il resoconto di un lavoro scientifico, questo di Barbujani.  
Il viaggio in Siria (come sarà la madeleine del capitolo  “Come diventare distruttori di reliquie” in cui l’autore ricorda il periodo in cui ha lavorato in America, ed ha imparato il “mestiere”) è trapuntato di ricordi di persone, di spazi, di cavalieri e di stiliti, di eccellenze e solitudini, di ritmi e di modus vivendi diversi. 
C’era qualcosa di commovente nella coesistenza di due mondi cosí diversi, nei continui scarti fra antico e moderno, nel loro squilibrio non privo di bellezza, che rimandava ad altre difficili, e pure possibili, coesistenze. Era come se all’arrivo del buio la città moderna si curvasse a coprire le spalle dei propri patriarchi, e con quel gesto testimoniasse come non sempre il trascorrere del tempo sia spietato.” 
Coesistenze.  
E’ un libro strano. 
Sfugge a definizioni, non è un saggio né un libro storico  né un libro autobiografico né  e né. 
Eppure è anche  tutto questo: pagine di  storia, di genetica, di letteratura, note di arte, di chimica, di botanica, si intrecciano con un tessuto più intimo e personale e non privo di ironia destinato  a tessere una sorte di ponte tra il qui  e l’altrove,  tra l’adesso e il passato.
[Coesistenze]
Non vi è solo piacere dell’erudizione. 
E’ il martellante  bisogno di afferrare delle tracce, di trovare un  senso all’effimero che si perde  nel tempo, di cercare corrispondenze, anche se, alla fine, se ne ricava più una sorta di disincanto che altro. 
..col viaggio, l’ansia di comprendere tutto, connaturata a ogni sforzo intellettuale degno di questo nome, lascia spazio a un atteggiamento diverso, purtroppo transitorio ma consolante, che potremmo definire come una piú esatta, e molto rasserenante, percezione della nostra personale scarsa importanza.
O della relativa nostra personale importanza, come mi piace più pensare. 

E’ qualcosa che  travalica  la spinta che viene  dalla scommessa di lanciarsi in una sorta di mission impossible dal punto di vista  professionale e arriva a sottolineare quello spazio di cui parlavo in principio: la curiosità intellettuale, che se da un lato è propria del ricercatore dall’altro è propria dell’uomo. 
(Non solo dell’uomo Barbujani.  Dell’uomo verso l’altro uomo, verso vite incrociate per un’ora, un giorno, per mesi, per anni e poi andate)

"Il deserto si era annunciato con milioni di bandierine.
In Siria i sacchetti della spesa li fanno di una plastica sottile, quasi trasparente, nera. La gente li butta per terra dove capita, con naturalezza, dappertutto. Il vento li porta via, lungo i marciapiedi prima, poi per strade e campi, e sui terreni incolti fuori dalle città, talvolta alzandoli in mulinelli che mi pento di non aver fotografato.
Sbattendoli di qua e di là li lacera, li riduce in striscioline.
Moltissime si arenano contro un muro o nei fossi; molte continuano a viaggiare; coprono grandi distanze fino a raggiungere il margine del deserto, la zona in cui, prima che la vegetazione finisca del tutto, per chilometri e chilometri ci sono solo sterpi secchi. Lí ogni stecco, ogni bastoncino, trattiene il suo frammento di plastica, e la plastica sventola. Cosí la macchina si infila in un paesaggio da fantascienza: la striscia d’asfalto davanti e ai lati, sull’ocra della superficie sassosa, bandierine nere a perdita d’occhio, un esercito che ha occupato territori sterminati e adesso, lancia in resta, aspetta non si sa cosa."


venerdì 24 gennaio 2014

Prenditi cura di me - Francesco Recami

Sinonimi dell’espressione “prendersi cura di”:
amministrare, governare, mantenere, custodire || Altri termini correlati: dirigere, guidare, occuparsi di, reggere, sovrintendere, stare al timone di, tenere in mano, accudire, aver cura di, avere le redini di, badare a, curare, essere responsabile di, provvedere a, sovrintendere a, tenere in pugno, tirare i fili di, far crescere, tirar su. (cit.)

Nei sinonimi dell’espressione, i protagonisti del libro si  prendono cura di qualcuno:  la Marta di suo figlio Stefano, quarantenne con poca arte e anche poca parte;  Stefano  di sua madre colta da ictus;  la badante filippina  della signora Marta.
Pensavo che il prendersi cura avesse un risvolto affettivo più marcato, pensavo che  sottintendesse un moto di premure,  di tenerezza, di affetti.
Mi sbagliavo.

La vita dei protagonisti del romanzo  (solo la loro?) è così :
Erano giorni novembrini e umidi, cadeva una pioggia fine che lucidava il manto asfaltato, se si può chiamare manto una superficie irregolare, piena di toppe a rilievo che tappano le buche, un continuo rammendo, e il rammendo del rammendo, o le toppe delle toppe, esteso a principio.

mercoledì 8 gennaio 2014

L'eroe discreto - Mario Vargas LLosa

Se Varguito avesse scritto solo romanzi come Le avventure di una ragazza cattiva o L’eroe discreto prima del Nobel, col cavolo che glielo avrebbero dato, o quanto meno  avrebbero dovuto modificare di sana pianta le motivazioni, che "la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell'individuo" ("La guerra della fine del mondo" da solo vale tutta la motivazione), ci appizzano come cavoli a merenda, in libri di siffatta stoffa. 
Una buona stoffa, naturalmente, perché Llosa è un narratore accattivante, e L’eroe discreto, due romanzi in uno, due storie che si alternano in modo indipendente e poi voilà, secondo i più puri canoni del romanzesco si intersecano nel finale, è un libro tutto sommato godibile. 
E’ la questione delle strutture del potere ad essere totalmente assente. 
Sempre di sconfitte e di rivolte si narra, ma queste sono confinate nella dimensione intima, privata, sul piano che definirei “sicumera degli affetti”.
Dunque il vero nodo del romanzo è nelle dinamiche familiari o meglio ancora generazionali e affettive (o anaffettive, che si può scegliere una vita a patella accanto ad un uomo per “espiare” le colpe, anche), ma il modo in cui vengono “risolte” o “esplicitate” resta confinato in una dimensione patinata , e fatti i debiti distinguo in ordine alla qualità, oserei dire da telenovelas, con le iterazioni e ripetizioni tipiche della sceneggiatura del genere (mi ami pablo?dimmi che mi ami pablo. Mi hai detto che mi ami pablo? Allora mi ami pablo).

L’eroe discreto è Felicito, proprietario di una ditta di trasporti, un uomo comune, insignificante anche nell’aspetto, minutino minutino, che fa ferro e fuoco pur di non pagare il pizzo che gli viene richiesto attraverso delle lettere firmate con un ragnetto. 
La mafia? Un’entità mostruosa e sfuggevole, che si infiltra in tutti gli strati della società corrodendola, piagandola, o qualcosa di molto meno distante, che distrugge le sicurezze di una vita intera (o dà forza ai moti oscuri del cuore), e che per questo ferisce ancora di più?
Felicito viene definito nel romanzo un uomo “etico”. 
Non so quanto possa essere “etico” o “eroico”, seppure discreto, un uomo come Felicito. 
A me è sembrato ottuso e meschino - vivere anni e anni con il dubbio che, senza mai parola proferire, tollerare una “buona moglie” che spende e consuma poco e che è poco più di un’ombra – ma alla fine, nonostante il moto di rivolta, Felicito resta quello che è sempre stato, anche se una "brava persona", un uomo piccolo piccolo, soprattutto nel considerare le ragioni del “sangue del proprio sangue” prevalenti su qualunque altra considerazione.

Nell’altra storia, il protagonista è Rigoberto ( quello de "L’elogio della matrigna" e dei quaderni), osservatore e testimone di un’ulteriore vicenda che determinerà lo snodo in cui convergeranno le narrazioni alternate. 
Mi ha fatto impressione ritrovare Rigoberto, la sua consorte Lucrecia e giovincello Fonchito , rappresentati come la famigliola mulino bianco, turbata stavolta non da pruriginosità ma dall’inquietante figura di Edilberto Torres. 
Tuttavia ogni tanto guizzano nel testo frasi che riportano alla memoria tutt’altre storie: 
"- Ecco che spunta fuori il prete, Pepìn, - si indignò Rigoberto. – Vuoi dire che mio figlio potrebbe essere un angelo? 
- Un angelo senza ali, però, - rideva Lucrecia, con autentica allegria e gli occhi accesi di malizia."

Non sono soli don Rigoberto & family a fare revival , anche Lituma, il Lituma degli invincibili e de "La Casa Verde", ha una parte nel romanzo. 
Mi sono chiesta il motivo di questi ritorni, ma la risposta che mi sono data di sicuro non piacerebbe a Vargas LLosa. 
Vabbuò, vedremo nel sequel, che le premesse per ulteriori sviluppi ci sono tutte.

giovedì 2 gennaio 2014

Meridiano di sangue - Cormac McCarthy

Le storie western sono  le storie della frontiera. 
I pionieri della frontiera portavano la “civiltà” nelle terre dell’ovest.
Ma non c’è nessuna “civiltà” in Meridiano di sangue, solo la danza macabra della morte. 
Villaggi e paesi in rovine, carri bruciati, cadaveri di pionieri e di indiani e di messicani e di soldati e di pellegrini massacrati, sangue  fresco, raggrumito, colante, sangue che tinge i ruscelli e intride le pietre, sangue e sputi. 
Uomini in cerca di altri uomini, di scalpi e di ossa;  uomini in cerca di oro, di un passaggio per un mondo diverso;  la frontiera è una terra dove i lampi rendono elettrica l’aria, il sole brucianti le rocce, dove  l’acqua si nasconde  in pozze profonde o sgorga da  ruscelli tra gole tortuose e ripide. 

Il ragazzo la cui madre è morta nel darlo alla vita,  che non sa leggere né scrivere, nonostante suo padre fosse un tempo un maestro, comincia il viaggio. 
Dal Tennessee, che lascia a 14 anni, fino alla California, e indietro, nel cuore duro dell’America del confine, il Texas, e diventa uomo.
Un viaggio che durerà  30 anni, dal 1858 al 1878.
E’ all’inizio del suo viaggio che incontra per la prima volta il giudice. 
Grosso, calvo, glabro, roseo come un enorme bambino, il giudice è una figura inquietantissima. 
Parla come un profeta,  scrive appunti sul taccuino e conosce le rocce, le stelle, la fauna e la flora, forse le sacre scritture.  
E’ un personaggio dalla valenza simbolica, come lo sarà Chigurh in Non è un paese per vecchi
(come lo è Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad)
E’ un uomo al di là di ogni morale, anzi, più propriamente  è l’incarnazione  dell’etica della guerra, dell’etica  della sopraffazione come forma di conoscenza e unica forma di reale esistenza nel mondo, mentre il resto è finzione, falsità, vuota e mera apparenza.
E’ il male cieco, assoluto, privo di motivazioni e di cause, l’essenza stessa della natura umana, quella che viene “mascherata” dal carnevale della civiltà. 
Dice il giudice: 
L’uomo che crede che i segreti del mondo resteranno nascosti per sempre vive nel mistero e nella paura. La superstizione lo trascinerà in basso. La pioggia eroderà gli atti della sua vita. Ma l’uomo che si assume il compito di individuare nell’arazzo il filo che tutto ordisce, in virtù di questa sola decisione si fa carico del mondo, ed è soltanto facendosene carico che egli può trovare il modo di dettare i termini del proprio destino. 
Non vedo cosa c’entri questo col fatto di catturare uccelli. 
La libertà degli uccelli è un insulto per me. Li metterei tutti negli zoo. 
Bell’inferno di zoo, sarebbe. 
Il giudice sorrise. Sì, disse. Proprio così.”

Il giudice e il ragazzo che diventerà  uomo  sopravvivendo alle risse, agli attacchi degli indiani, alla galera, alle ferite, sono i personaggi principali del romanzo. 
Ascoltami, amico, disse. Sul palcoscenico c'è posto per un animale, uno solo. Tutti gli altri sono destinati a una notte eterna e senza nome. Uno dopo l'altro si immergeranno nel buio davanti alle luci del palco. Orsi che danzano, orsi che non danzano.”

Un animale solo. 
La frontiera di McCarthy è questa: sopravvivere al male, o sprofondarvici fino al midollo.
Una visione cupissima dell’umanità, una visione che non offre consolazione, né risposte.
O forse  solo un piccolissimo barlume di speranza:  tra quelli che vagano in cerca di qualcosa e quelli che vagano ma non  cercano, qualcuno può fermarsi,  e può  accendere luci, far scintillare le pietre. 
E’ quello che  farà  il padre di Bell lo sceriffo in Non è un paese per vecchi,  scegliendo di allontanarsi dalla società e di non fare lo sceriffo, portando  la torcia e la luce, nel sogno.
E’  quello che farà il padre nel romanzo La strada, il padre portatore del fuoco: prendersi cura del figlio fino alle stremo delle forze.

Penso che McCarthy abbia un grandissimo debito nei confronti di Conrad. 
Kurtz di Cuore di tenebra è l'archetipo del giudice Holden. 
Anzi, tutto Meridiano di sangue mi ha ricordato Cuore di tenebra: il viaggio dentro l’orrore, la  forza potente e anche immaginifica della natura:
Rimase seduto a guardare il sole immergersi sibilando fra le onde. Il cavallo si stagliava scuro contro il cielo. I frangenti echeggiavano nel buio e la nera pelle del mare si gonfiava sotto il mosaico delle stelle e le lunghe onde pallide emergevano dalla notte e si rompevano lungo la spiaggia.
Si alzò e si voltò verso le luci della città. Le pozze lasciate dalla marea luccicavano come crogioli fra le rocce scure su cui si arrampicavano a ritroso i granchi fosforescenti. Incamminandosi nell'erba salata, si voltò a guardare. Il cavallo non si era mosso. La luce di una nave brillava a intermittenza fra i marosi. Il puledro stava appoggiato al cavallo con la testa abbassata, e il cavallo fissava luoghi inconoscibili all'uomo, là dove annegano le stelle e le balene traghettano le loro anime immense nel mare nero e sconfinato.”

Ma mentre in  Conrad  sussiste l’idea che la civiltà, pur essendo latrice di ingiustizia e sopraffazione possa in qualche modo proteggere l’uomo da se stesso,  per McCarthy  è nel gruppo che l’uomo rivela ancora di più la sua natura orribile: al ballo ne resterà uno solo. 
Dice il giudice:
Ti ho riconosciuto la prima volta che ti ho visto, eppure tu sei stato una delusione per me. Allora come adesso. Ma anche così, alla fine, ti ritrovo qui con me.
Il ragazzo diventato uomo non ha  imparato ad accendere i fuochi dalla pietra, e il giudice  “...  non morirà mai. Danza nella luce e nell'ombra, ed è il beniamino di tutti. Non dorme mai, il giudice. Danza, danza ancora. Dice che non morirà mai.

McCarthy è davvero il cantore del Buio. 

domenica 29 dicembre 2013

I giochi della notte - Stig Dagerman

Ancora solitudini, ancora disperazioni, ordinate secondo un crescendo: nei primi racconti i protagonisti sono bambini e ragazzi, poi delle coppie adulte, e nell’ultimo c’è un vecchio.
Cosa fanno i bambini per cercare di proteggersi dalle brutture del mondo? Immaginano, si illudono di poter  controllare il mondo cercando di condurre i sogni nella vita.  
Così sono I giochi della notte che fa Aeke, per cercare di dominare l’angoscia determinata dai pianti e dai singhiozzi della madre e dall’assenza notturna del padre -  in quale bar, in quale bettola .
Il padre rientra , e “in cucina l'angoscia è così grande che sarebbe insopportabile senza un'arma, ma alla fine Aeke è talmente stanco di avere così tanta paura che senza opporre resistenza si lascia cadere a capofitto nel sonno.”
E di giorno?
Non resta che la fuga.

Comincia lì, nel  grumo dei  primi anni di vita, a mettere radice l’albero della tristezza, da cui gemmano man mano che la consapevolezza si fa più chiara e più forte, il senso di estraneità  e di disadattamento, e di smisurata solitudine.

Essere poveri aggrava.
In Nevischio e Carne salata e cetrioli, è il guardare le scarpe bucate a fare la differenza.
E la vergogna.
Ma il giudice che avevo dentro, che doveva essere più maturo dei miei nove anni, mi disse alla fine che avevo agito da autentico vigliacco: era rubare prendere quello che noi avevamo gettato via?

Nei racconti centrali, Lo sconosciuto, Uomini di carattere, Gli implacabili, l’attenzione di Dagerman si pone all’interno delle  dinamiche di  coppia: gelosia, incomunicabilità, disaffezioni, distanze.
Sono i racconti che, fatta eccezione per Lo sconosciuto, dalla conclusione drammatica e inaspettata, dato  il cambio repentino di prospettiva, mi sono sembrati più deboli .

La torre e la fonte è  il mio preferito.
Un epilogo, in tutti i sensi.

“Si limitava a star lì seduto, ora dopo ora, o magari anche anno luce dopo anno luce, pervaso da una crescente stanchezza. La stanchezza va molto bene, la stanchezza va sempre bene, in particolare quando ci si esercita nell'arte amara di essere prigionieri di se stessi. Anche una grande calma e una certa capacità di mantenersi freddi vanno molto bene, perché l'uomo deve avere i nervi molto saldi per potersi sopportare.”

Il viaggiatore - Stig Dagerman

Di Stig Dagerman non ne avevo mai sentito parlare. 
Eppure è stato uno scrittore molto apprezzato in patria - la Svezia - dal pubblico e dalla critica.
Un successo con il quale lo stesso autore, uomo inquieto, fragile e durissimo  soprattutto verso se stesso,  ha dovuto fare i conti. 
Insofferente verso ogni forma di “costrizione” e di “ingiustizia”, era vicino agli ambienti anarchici, aveva  curiosità multiformi e anche la sua produzione riflette la molteplicità dei suoi  interessi:  dalla poesia ai testi teatrali, dal romanzo al racconto breve, dal saggio agli scritti apologetici,  Dagerman è stato scrittore piuttosto prolifico, e probabilmente lo sarebbe stato ancora di più, se la depressione non avesse agito da bloccante negli ultimi anni della sua vita, se non l’avesse condotto al suicidio, a 31 anni, nel 1954.

Lascio sogni immutabili e relazioni instabili. Lascio una promettente carriera che mi ha procurato disprezzo per me stesso e unanime approvazione. Lascio una cattiva reputazione e la promessa di una ancora peggiore. Lascio qualche centinaia di migliaia di parole, alcune scritte con piacere, la maggior parte per noia e per soldi. Lascio una situazione economica miserabile, un’attitudine vacillante rispetto ai grandi interrogativi del nostro tempo, un dubbio usato ma di buona qualità e la speranza di una liberazione.
Porterò con me nel viaggio un’inutile conoscenza del globo terrestre, una lettura superficiale dei filosofi e, terza cosa, un desiderio di annientamento e una speranza di liberazione. Porterò inoltre un mazzo di carte, una macchina da scrivere e un amore infelice per la gioventù europea. Porterò infine con me la visione di una lapide, relitto abbandonato nel deserto o nel fondo del mare, con questa epigrafe:
QUI RIPOSA UNO SCRITTORE SVEDESE
CADUTO PER NIENTE 
SUA COLPA  FU L’INNOCENZA
DIMENTICATELO SPESSO”

E’ uno dei quattordici scritti compresi nella raccolta, quello che ne dà il titolo, "Il Viaggiatore".
Nove  i racconti: i personaggi sono gente comune, bambini e nonne, adolescenti, studenti e studenti che non possono più permettersi di esserlo. 
La Svezia si sente poco, nei racconti di Dagerman, e se non ci fosse qualche nome proprio, potrei dire che la radice storico-geografica non esercita alcun interesse sull’autore. 
Ci sono fattorie isolate ,  o appartamenti in condominio  in città anonime e grigie, e poco importa che si chiamino Uppsala o Stoccolma o Vattelapesca. 
Potrebbero  essere  campagne o  sobborghi  di qualunque  città occidentale  i luoghi dove si consumano piccole e grandi tragedie :  bambini colti nel momento della consapevolezza della loro misera esistenza, quasi invisibili (L’auto di Stoccolma), ignorati e snobbati (La sorpresa);  adulti travolti da un attimo che peserà   per sempre,  perché non si può  “avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest’unico minuto possa essere diverso” (Uccidere un bambino e Una tragedia minore, i due racconti secondo me più riusciti della raccolta).

In uno scritto postumo , “Stig Dagerman, lo scrittore e l’uomo”, l’autore così parla di sé, in terza persona:
Per quel che riguarda lo scopo Stig Dagerman non dovrebbe avere dubbi, dato che ha iniziato la sua carriera proprio manifestandolo: descrivere, in una forma congeniale alla propria personalità, l’essere umano nella sua lotta per liberarsi dal bisogno, dalla paura, dalla miseria, dalla bruttezza, dalla stupidità e dalle convenzioni contrarie alla vita.

E invece, di fatto, quello che descrive  non è la lotta, ma il momento del fallimento,  della sconfitta, della perdita , della rottura: l’attimo in cui il peso gravoso del bisogno, della paura, della miseria, della stupidità e dalle convenzioni contrarie alla vita sopraffanno l’uomo, e più in particolare il bambino, l’adolescente, e rivelano l’oceano di sofferenza nel quale, privati del candore dell’innocenza, saranno  condannati a vivere. 
Il peso che lui stesso non è riuscito a sopportare.

mercoledì 4 dicembre 2013

Il sentiero dei nidi di ragno - Italo Calvino

Pin
Chissà cosa farà Pin nella mano soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane, dopo che avrà terminato di camminare insieme a lui nel mare di lucciole. 
Chissà se sopravviverà alla guerra partigiana, se acquisterà una coscienza di classe, se tornerà a tormentare gli avventori delle osterie con le sue canzonacce e con le battute, se diventato grande comincerà ad andare dietro le gonne delle donne, o le disprezzerà, come Cugino, se racconterà della sua avventura fingendo di esser stato Lupo rosso, se…

Pin è un bambino, ma non gioca con i piccoli come lui e non capisce i grandi, con i quali, di necessità virtù, finisce per trascorrere il suo tempo, bevendo vino gratis anche se non gli piace nelle osterie dei carruggi, fino a quando, per aver compiuto una bravata - che niente altro significava rubar la pistola al tedesco, mostrare quanto fosse bravo e coraggioso - finisce in galera, e poi dopo una rocambolesca fuga su per i monti coi il più scalcagnato gruppo di partigiani, quello del Dritto, che è malato, molto malato.
Di questo romanzo, il primo scritto da Calvino, è stato detto di tutto e di più ancora. 
Basta spulciare la pagina di wikipedia per trovare trama, analisi sistematica dei personaggi, dei luoghi, dello stile e del linguaggio, valore traslato etc. 
Ma nessuno potrà dire di questo romanzo meglio di quanto ha fatto Calvino stesso, nella prefazione scritta per la seconda edizione (versione corretta, e mannaggia la morte me la vorrei proprio leggere la prima per individuare le differenze) dopo quasi 15 anni dalla prima pubblicazione. 
La prefazione è davvero uno straordinario pezzo di riflessione sulla letteratura, sul neorealismo, sul bisogno di scrivere, sulla Resistenza, sul tempo in cui il furore ha incanalato l’individualismo in un “sentire” comune. 
Quanto ho adorato quella finta innocenza nel voler cambiare rotta e impostazione, quasi a voler rendere tangibile il furore, che davvero il furore è qualcosa che si sgancia dalla logica e dai programmi:

"(è meglio che riprenda il filo; per mettersi a rifare l’apologia del “neorealismo” è troppo presto; analizzare i motivi del distacco corrisponde di più al nostro stato d’animo, ancor oggi)"
"(Ora ho trovato il punto: questo rimorso. E’ di qui che devo cominciare la prefazione)"
"(Devo ricominciare da capo. M’ero cacciato in una direzione sbagliata: finivo per dimostrare che questo libro era nato da un’astuzia per sfuggire all’impegno; mentre invece, al contrario…"
"Devo ancora ricominciare da capo la prefazione. Non ci siamo. Da quel che ho detto, parrebbe che scrivendo questo libro avessi tutto ben chiaro in testa: i motivi di polemica, gli avversari da battere, la poetica da sostenere…"
E’ un Calvino ancora giovane, ma davvero è già tutto lì.

mercoledì 27 novembre 2013

Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra - Roald Dahl

il libraio che imbrogliò l'Inghilterra
Io mica lo sapevo (e quando mai) che Dahl aveva scritto anche testi non destinati propriamente ai fanciulli. 
(che quelli per i fanciulli mica è cosa brutta e ingiusta leggerli da adulti) 
“Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra” è uno dei due racconti contenuti nel volumetto, l’altro è Lo scrittore automatico. 
Un libro da seduta in ambulatorio medico, da fila alla posta, da attesa alla metropolitana, insomma, un libro ideale per ammazzare un’attesa, data la sua brevità. 
(o quando càpitano certi periodi in cui si riescono a leggere al massimo tre/quattro pagine con l'occhio a tre/quarti d'asta la sera nel letto)

Ho molte perplessità sullo stile dei racconti, sulla caratterizzazione dei personaggi, sulla caratura dei dialoghi, poiché conservano l’impronta “semplice” dei libri per ragazzini. 
Ad esempio, il libraio imbroglione e la sua segretaria mi hanno ricordato, seppur poco ci somiglino, i signori Sporcelli, untuosi e poco attraenti : 
“Era tozzo, panciuto, calvo e flaccido, e quanto al viso le sue fattezze si potevano al massimo divinare, perché la vista non poteva quasi nulla. Il volto era in gran parte coperto da un’estesa boscaglia di peli neri, ispidi e leggermente ricciuti; “

Però l’idea di fondo di entrambi i racconti mi sembra assai stuzzicante. 
Su cosa possono contare gli imbroglioni della prima storia, se non sull’idea che certe letture sarebbe stato meglio non averle fatte? 
Se si scopre che ciò è accaduto, meglio liquidare in fretta il passato, chiudere la partita e non parlarne più. 
(devo ricordarmi, prima di morire, di far sparire tutti i libri di Fabio Volo dalla mia libreria)
Nel secondo racconto, un inventore (pazzo), reduce dal successo planetario che l’azienda per cui lavora ha ottenuto grazie ad un calcolatore di sua invenzione, e mosso da un impeto di frustrazione e rabbia (mica a tutti riesce di far bene gli scrittori), propone al suo capo una macchina che inventa i racconti, le storie, in modo da saturare totalmente il mercato con i prodotti elaborati dalla macchina, buoni per tutti i gusti, per tutte le mode.
Addirittura migliori di qualunque altro prodotto della penna e creatività umana. 
“Non l’ha fatto per soldi. Ne ha da buttar via.” 
“E perché, allora?” 
Knipe sogghignò, alzando il labbro e mostrando una gengiva superiore lunga e anemica. “Semplicemente perché ha visto che la roba scritta dalla macchina era migliore della sua.”.
Quella che ho riportato è la spiegazione che l’inventore fa al suo capo del perché una scrittrice famosa, e danarosa,  ha acconsentito all'accordo di  mettere la propria firma su un prodotto della macchina.
L’ipotesi che porta all’invenzione dello scrittore meccanico è che come un elaboratore può combinare i numeri risolvendo calcoli impossibili per la mente umana, così uno “scrittore meccanico” può combinare lettere, frasi, parole, trame molto più efficacemente della mente umana. E' assai discutibile come principio, non c’è dubbio, ma non è questo il punto.
Quando Dahl ha pensato al racconto probabilmente non esistevano ancora le scuole di scrittura creativa e neanche le strategie editoriali che fanno di libri pezzotti e appezzottati dei best sellers venduti anche al supermercato , e io non so perché, a questo ho pensato, leggendo lo scrittore automatico. 
Alla preveggenza. 
(e ai generatori automatici, al momento solo di stupidità, ma chi può mai dire domani?)

sabato 23 novembre 2013

Bouvard e Pécuchet - Gustave Flaubert

Il romanzo incompiuto di  Flaubert racconta di due tizi  di mezza età che s’incontrano casualmente in un parco, e seduti alla stessa panchina, si accorgono che entrambi hanno scritto il proprio nome nel cappello.
Quale affinità di pensiero!
(anche dove lavoro io, data l’abbondanza di ombrelli ikea tutti uguali, si è ricorso alla penna per segnare il nome del proprietario sulla fettuccia). 
Nasce un feeling, si frequentano, si scambiano visite di cortesia e, complice una cospicua eredità caduta sul groppone   di uno dei due, decidono di comprare un podere e di ritirarsi in campagna, che la vita parigina li ha un tantinello stufati. 

E qui comincia la loro avventura: di palo in frasca si improvvisano (che non basta mica leggere anche una decina di manuali disciplinari, a cui diligentemente fanno ricorso) agronomi, massai, chimici, astronomi, geologi, archeologi, collezionisti di cianfrusaglie, linguisti, grammatici, storici, politici, rabdomanti, filosofi, oratori, amatori, ginnasti e salutisti, educatori e pedagoghi. 
S’appassionano ad una  disciplina, ad un  campo di ricerca o del sapere, tentano di applicarla, di farla propria, di eviscerarla, di scandagliarla nei minimi anfratti, e falliscono miserevolmente. 
Senza perdersi d’animo riprovano con altro, in un moto che non finisce manco con il libro, essendo esso stesso incompiuto (e la fine sarebbe stata un moto incessante di scopiazzature)
“Qual è il fine di tutto ciò?”
“E se non ci fosse alcun fine?”
“Eppure!” e Pécuchet ripeté due o tre volte “eppure” senza trovare nulla da aggiungere.
Un’estenuante, ma proprio estenuante ricerca di senso  e di verità che li conduce persino sull’orlo del suicidio (ma l’afflato religioso dello spirito del Natale li distoglie, facendoli per breve tratto dedicare alla religione, pure questa, al pari di  tutte le altre scienze e filosofie, al banco di prova dell’indagine ossessiva e compulsiva , si rivela incapace di soddisfare la sete di verità assoluta e inoppugnabile  di Totò e Peppino, no, pardon, di Bouvard e Pécuchet)

Il manoscritto di Flaubert si interrompe allorquando i due protagonisti, falliti i tentativi di educare i due orfanelli avuti in custodia (che lombrosamente conservano in modo irreversibile le tracce delle loro radici, figli di delinquenti e come tali destinati a perseverare nel male), decidono di educare gli adulti. 
La nipote  dello scrittore ha aggiunto degli appunti che “rivelano” il piano dell’opera,  le cui righe finali così recitano: 
“Che dobbiamo farne? “ – “Niente riflessioni! Niente riflessioni! Copiamo! Bisogna che la pagina si riempia. Che il ‘monumento’ si compia… uguaglianza di tutto, del bene e del male, del bello e del brutto, dell’insignificante e del caratteristico. C’è verità solo nei fenomeni.”
Finire con la visione dei due buonomini chini sul loro scrittorio, e che copiano."
Su questo finale appena accennato, i critici si sono arricreati proprio, come ha fatto Franco Rella nella introduzione e come riporta la quarta di copertina: 
Destrutturano il sapere del secolo, e forse, nella decisione finale di copiare qualsiasi cosa, svelano l’insignificanza anche dell’ultima illusione flaubertiana, la scrittura quale mezzo per dare un senso alle cose.
(la copia è la risorsa unica di chi non ha pensiero proprio)

E’ un libro che avrei trovato interessantissimo se l’avessi letto una vita fa, quando ancora era vivo e vegeto  un certo scrupolo accademico  (una proposta di tesi di laurea su B e P, uammamà!, e quanta trippa!). 
Ma ne è passata acqua sotto i ponti, e dopo le prime 80 pagine  l’estenuanza (lo so, non esiste sta parola, embè?)  ha avuto il sopravvento, e poco divertenti mi sono sembrate le goffaggini, le ingenuità, le incornature, gli sfottò e l’enorme ammasso di riferimenti a filosofi, scrittori e compagnia cantando. 
Tutto per niente. 
Le appendici Dizionario dei luoghi comuni, Catalogo delle idee chic, e Sciocchezzaio, almeno quelle, le ho bellamente ignorate.



(e ancora per la serie Vanità delle vanità, è anche qui
http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/854-bouvard%C3%B2-e-p%C3%A9cuchett%C3%B2-flaubert-ti-voglio-bene-per%C3%B2-ora-no


giovedì 21 novembre 2013

Il Profumo - Patrick Süskind

Vi è un qualcosa un qualcosa di eccessivamente morboso, nel libro di Süskind. 
(l’ossessione) 
E di geniale, in un certo senso. 
(il fiuto del successo)

La storia è quella di un uomo, tale Grenouille, nato, anzi, espulso dal grembo di donna tra le interiora dei pesci, sotto un bancone al mercato; un uomo che è stato fin dall’inizio un “…mostro. Si decise a favore della vita per puro dispetto e per pura malvagità. Naturalmente non decise come decide un adulto, che per scegliere fra varie opzioni usa la sua più o meno grande ragionevolezza ed esperienza. Ma decise al modo di un vegetale, così come un fagiolo gettato via decide se deve germogliare o se è meglio lasciar perdere” pag. 26 

Ecco, di fronte alla “consapevolezza del fagiolo” (o della zecca), non ho potuto trattenere un fremito. 
(preferisco credere all’esistenza di un binario 9 e ¾ da cui parte il treno per Hogwart, piuttosto che a quella di un bambino che nasce malvagio).

Grenouille, il mostro, è un essere dotato di un olfatto straordinario, ha il potere di percepire e distinguere e memorizzare ogni tipo di odore. 
Egli però, come tutti i geni e i “fuori norma” della letteratura, è un uomo profondamente solo. 
Per sette lunghi anni si basta da sé, si allontana dagli uomini e si rintana nel buco del culo della grotta della montagna più alta di Francia, diventando, attraverso la sua memoria, il sancta sanctorum dell’esistenza olfattiva del mondo. 
(l’odore è la sua mancanza e la sua ossessione) 
Ma Grenouille è un malvagio, e come tale non può rinunciare all’ambizione propria di tutti i malvagi, ovvero a quella di “dominare il mondo”. 
L’ immaginazione prima, l’ abilità tecnica, la totale impermeabilità etica (è un mostro), la smodata ossessione (e ambizione), portano Grenouille, “colui che dominava gli odori”, a produrre un’essenza talmente potente da impossessarsi del cuore degli uomini, da piegarli all’adorazione. 
Una sottomissione talmente smodata da annebbiare qualunque remora controllo ratio. 
Tale intordundimento si esplicita in un’orgia collettiva: la folla stipata nella piazza, indistintamente, sollecitata dalle due gocce di profumo sul corpo inodore di Grenuoille, cade in preda alla compulsione copulatoria. 
E se due gocce hanno il potere di piegare la folla ad ogni tipo di pratica sessuale, cosa può mai succedere se Grenouille, il malefico detestatore dell’umanità, si versa addosso tutto il contenuto della boccetta ? 
E’ l’epilogo, ça va sans dire.

Si possiede totalmente solo quello che entra dentro, entra in circolo, dentro il corpo? 
Si viene posseduti totalmente solo da quello che entra dentro, entra in circolo, dentro il corpo? 
(sono posseduta da una profumatissima tavoletta di cioccolato fondente con nocciole intere) 
Ehemm.

“Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi.” pag. 88 
Mah. 
Il libro esercita una sorta di attrazione morbosa, legata furbescamente alla centralità del potere di un senso, l’olfatto, ma a conti fatti, e fuori dalla metafora dell’uomo accecato dall’ossessione e in nome della quale si crea e si distrugge, è davvero solo puro macabro intrattenimento. 
Va bene, si può leggere tra le righe la critica ad una cultura che si crede “illuminata” e “illuminista” ma che di illuminato non tiene proprio niente (il fluidum vitale), ma tra le molte altre righe si possono leggere un montone di cavolate. 
Se è vero che la chimica degli odori è alla base di alchimie d’attrazione e di repulsione, è ancora più vero che non può esistere un odore universale così come non esiste un sapore universale.

Il senso dell’olfatto - il dominio, il controllo e la emozionalità degli odori, la loro pungente pervasività - e la creazione di un personaggio “originale” , avrebbero potuto davvero essere una chiave di volta per costruire un’opera di grande profondità. 
E invece.

venerdì 15 novembre 2013

Il tempo di una canzone - Richard Powers

Richard Power - il tempo di una canzone
Il tempo di una canzone dura quanto un assolo, e mille anni. 
Esiste ancora il razzismo? Non lo so, vedo a colori. 
Lo scontro, adesso, qui (e sempre e dovunque) non è tanto tra razze, quanto tra modus vivendi. 
Ma in America, almeno fino agli anni ’60, il fattore razziale non era bazzecola. 
Essere neri, o diversamente colorati, significava non essere bianchi, e dunque non essere. 
Powers scrive di questo (e di molto altro). 
Il filo conduttore è la storia di un pesce e di un uccello che si innamorano. 
I loro figli, cresciuti non ad occhio, ma ad orecchio, musica e canto formano le parole del pensiero, citazioni impazzite, mescolio di suoni che fondono le Storie dell’uomo, - Chi sono? Chi vorrai essere - , pensano che l’albero su cui i genitori hanno costruito il nido sia stato abbattuto, e volano oltre il cielo, (come angelo), o nuotano sotto l’ acqua (come pantera – sì, lo so, capirà chi legge il libro), o stanno immobili, trascinati dalla corrente (come foglia). 
Me è solo una questione di tempo. 
Relativa, molto relativa. 
“Il tempo non scorre, ma è. In un mondo così, tutte le cose che saremo o siamo stati, le siamo. Ma poi, in un mondo così, chi siamo deve essere tutte le cose.” 
Aprire gli occhi e vedere che il nido non era sull’albero, ma a pelo d'acqua, sul filo dell'orizzonte. 
Lì dove c'è il passato e il presente e il futuro, il melting pot e il sogno americano in tecnicolor. 
(ecco, forse sul finale happy happy we are the future non mi ci ritrovo granchè)

La storia di David e Delia, uccello e pesce, fisico ebreo tedesco bianco lui, cantante della classe alta nera lei, e dei loro figli "diversamente colorati", Johan, Joseph e Ruth, delle stirpi familiari dei vivi e dei morti, vengono raccontate dal secondogenito, e coprono il lungo secolo breve, mettendo in note conflitti interiori, familiari, di stirpe, di razza, di nazioni, di civiltà. 
La musica è il sottofondo costante. 
Musica che salva e che marchia, che unifica e che divide. 
Ma alla fine, si deve convenire, le note sono un alfabeto comune a tutti i linguaggi. 
Delia e David erano avanti, molto avanti. 
(non sempre i figli sono migliori dei genitori)

Se avessi avuto un minimo di conoscenze musicali (a parlar di suoni coi sordi è dura) me lo sarei goduto di più. 
Se fosse stato più breve, anche. 
Limiti miei, perché il libro è davvero bello.

domenica 3 novembre 2013

La lucina - Antonio Moresco

la lucina - moresco
La lucina è un breve romanzo , anzi, con le parole dell’autore all’editore, “ è una piccola luna che si è staccata dalla massa ancora in fusione del mio nuovo romanzo, che si intitolerà Gli increati. 
La lucina è nata da uno spunto di poche righe, solo una piccola scena annotata negli appunti che ho buttato giù per anni in vista degli “Increati”.
Ecco, leggendo questo libricino, non so se mi verrà mai voglia di leggere gli Increati, quando (e se, dato il titolo) sarà pubblicato.
Eppure La lucina è un libro che s’attacca, non passa via facilmente, perché induce il lettore a porsi un’infinità di domande, ancora più di quante se ne faccia il protagonista della storia, un uomo che decide di “scomparire” ritirandosi in un borgo abbandonato sulle montagne, avviluppato in una natura che sembra prendersi la rivincita sulla cultura, su tutto ciò che l’uomo ha costruito.
La natura, in un’ottica che si focalizza sulla lotta per la sopravvivenza, è descritta in modo struggentemente poetico, seppure violento e virulento. 
Tutto il paesaggio, gli animali, la vegetazione, perfino la crosta terrestre coi suoi sobbalzi, hanno una ferocia e una resistenza, una volontà di imporsi e di esistere, anche attraverso le tracce che del passato restano nel presente - come le foglie secche e gli animali morti che diventano humus e alimento per le nuove piante - da lasciare annichiliti. 
(il passo della farfalla che pure morta e stecchita non va giù nonostante i trecento scarichi del gabinetto, fin quando non viene avvolta nel sudario di carta igienica affinchè possa diventare più pesante ed essere trascinata giù dalla forza dell’acqua, è straordinariamente efficace).
La volontà di sopravvivenza e di continuità è la medesima nella specie umana, tale che non sembra piegarsi neanche nella solitudine più estrema, poiché vi è sempre un richiamo, una lucina, che riporta persino il più solitario degli uomini, a cercare il suo posto nel cerchio infinito della vita che travalica ogni cosa “visibile” e persino la morte.

Tuttavia. 
Non riesco a empatizzare con una visione così tragica della natura, mi sono estranei il senso doloroso del riprodursi, la violenza cosmica, la trascendenza ad un tot al chilo. 
Non potrei mai farmi domande sugli extraterrestri, chiedendomi se “La loro vita sarà infelice come la nostra? Anche per loro solo il dolore e il male porteranno distrazione, almeno per qualche istante, all’infelicità? Avranno anche loro quel sogno breve e crudele che è stato chiamato amore?” 
(e cazz, pure l’amore è un sogno crudele mò?) 
Inoltre ho trovato il libro molto debole nella trama, e pur riconoscendo che la storia in questo libro è un accidente periferico, essendo volutamente impregnata di vuoti, labile e fumosa come può essere la trama di un sogno , non riesco ad ignorare certe sequenze che, per il fatto stesso di essere state scritte, hanno un loro peso narrativo. 
Ecco, penso per esempio al sapore patetico della scuola dei bambini morti e al suo custode, attaccato per l’eternità al suo ruolo di bidello (e immagino che anche il maestro cattivo lo sarà per sempre). 
E poi. 
Detesto la pasta al burro. Mi viene una tristezza infinita solo a guardarla.


lunedì 28 ottobre 2013

Bambini bonsai - Paolo Zanotti

Bambini Bonsai
E’ un romanzo indefinibile, “Bambini bonsai”. 
Se provassi a raccontare la trama, potrebbe sembrare un libro per criaturelli. 
Ma non è un libro per bambini, è un libro sui bambini, è un libro sulla presa di coscienza che “l’infanzia finisce, e che una bambina bonsai non la si può sradicare.” 
Sono le ultime parole del libro.

La bambina bonsai è Sofia. 
Sofia ha occhi come gialli e polposi come albicocche, e il suo viso è riprodotto su ogni cosa: scatole, figurine, poster. 
Sofia è come la principessa addormentata da un malefico sortilegio, e un piccolo scudiero coraggioso e innamorato la sveglierà dal suo sonno, la porterà via dal castello, ad affrontare la vita, anzi, la morte. 
Detto così sembra una fiaba, ma della fiaba il romanzo di Zanotti ha solo la ricchezza delle invenzioni, le magie e la valigia di Petronilla, la capo-banda, il deus ex machina dell’inganno e dello svelamento. 
Ma non è una fiaba, lo scenario sembra quello di un romanzo distopico apocalittico fantascientifico: è ambientato in una Genova franata e compressa, in un tempo forse non troppo remoto dove tutti gli animali sono scomparsi, dove tutte le isole del Pacifico sono sommerse da un mare che sembra un mostro di plastica e munnezza, e dove ai padri, se vittime di incidenti, si sostituiscono i pezzi mancanti con protesi meccaniche; dove il sole brucia e fonde, tant’è che solo nelle serre si potrà vivere, dopo l’ultima pioggia, quella che porta anche il gelo e il freddo, quando anche l’ultimo grande agglomerato della città, il cimitero di Staglieno, affollato di case arroccate tra le tombe, lapidi, guglie e statue, verrà abbattuto. 
Ma non è neppure un romanzo distopico fantascientifico nel senso stretto, perché i protagonisti sono bambini che approfittano della pioggia, un evento terribile e mostruoso per compiere il rito di passaggio dall’infanzia (la prima vissuta quasi tutta in un secchio) all’adolescenza e poi all’età del disincanto, all’età adulta, approfittando del “letargo” , del sonno degli adulti. 
Dice Pepe, il protagonista che racconta del suo tempo della pioggia: 
E allora mi chiedo (…) se anche di fronte alle piogge violente, alle piogge vere, la reazione degli adulti non fosse dettata solo dall’istinto, da un’incapacità naturale di venire a patti con la pioggia, ma anche da qualcosa di più ambivalente, un groppo di emozioni che comprendeva la paura del sovvertimento dei giorni, il lutto per le terre erose e sommerse, la nostalgia di quando si erano sentiti vivi. In fondo, dice qualcuno, la paura non è che la sorella cattiva della nostalgia.” 
I bambini approfittano della “vacanza” dei grandi, riunendosi in bande, per fiondarsi in un mondo alieno e spaventoso - una grande avventura - dove tutto si può fare: occupare le stazioni e giocare a fare i mercanti, rintanarsi in una galleria per fare grandi sfide con le automobili, incontrare il mare, grande mostro morente.

E’ forse un romanzo di formazione, scritto in un modo assolutamente originale, ma è soprattutto un romanzo sul potere straordinario dell’immaginazione che è propria di una certa età, quando tutto è possibile: parlare ed essere amici delle statue e di animali estinti, evocare greggi di pecore e animaletti sui bordi dei secchi; di un tempo in cui anche la paura è attraente, e si possono affrontare le ire della natura foderando le scarpe con il cartone; doti a cui, costretti nella gabbia dell’adultità, dobbiamo rinunciare per seguire sogni e segni più concreti. 
E’ stata quella la mia prima perdita. Bambino cresciuto nell’agglomerato senza varcarne mai i cancelli, fino a quel momento mi ero illuso che crescere significasse solo accumulare cose nuove. Ma ecco che dovevo aprire gli occhi. Prendere atto che a ogni nuova tappa occorre rinunciare ai privilegi di quella precedente.”

E’ un romanzo sulla nostalgia di un tempo che non ritorna e che non si può bloccare, così come non ritornano le nuvole vere nel cielo di serra di Pepe adulto.


venerdì 25 ottobre 2013

Hanna e le altre - Nadia Fusini

Hanna e le altre
“Sembra che abbia fatto un bel compitino, ma proprio un compitino”, mi ha detto un’amica a cui questo saggio di Nadia Fusini non è piaciuto molto.
Non condivido, non del tutto. 
Ora sicuramente so qualcosa di più di Simon Weil, di Rachel Bespaloff (che non avevo mai sentito manco nominare), di Hanna Arendt, e anche di tutte le comparse e dei personaggi di sfondo (tra cui ad esempio la Némirovsky) 
Ne so molto di più di quanto ne avrei potuto sapere se avessi spulciato una fredda pagina di Wikipedia o una pallosissima monografia di qualche professore sbrodolone. 

Ecolalie, ecolalie, è una parola ripetuta nel testo della Fusini.
E’ un libro fitto fitto di rimandi, rimandi che svelano un’ “intelligenza” al femminile nell’interpretare e leggere il mondo e la storia. 
Riporto, tra i tanti che ho segnato, un passo che non è “chiave”, che non spiega e non chiarisce il libro, eppure mi rimbomba in un’eco del tutto personale. 
“E non è affatto superbia, il suo distacco, come molti sbagliando credono; Hannah è umile: Hannah ama il mondo, ha semmai un vero e proprio genio dell’amicizia. Ma così come l’intende lei, l’amicizia non è necessariamente intimità, è piuttosto il sentimento oggettivo di “fare un pezzo di strada insieme”. Nel pensiero, naturalmente.”

domenica 20 ottobre 2013

Di vita si muore - Nadia Fusini

nadia fusini
E’ un saggio passionale, il lavoro della Fusini. 
Il prologo è una delle cose più fascinose che abbia letto, induce una smodata voglia di conoscere Shakespeare, ma di conoscerlo come la propria pelle. 
(come un amante) 
Nadia Fusini analizza in modo viscerale (nell’accezione più ampia del termine) una tragicommedia , Misura per misura, e cinque tragedie: Giulio Cesare, Amleto, Otello, Re Lear, Macbeth; ma vi sono riferimenti all’opera omnia di Shakespeare, alla poesia, alla filosofia, alla critica del 1500 e secoli più e secoli meno. 
Di vita si muore : la passione (la vita) è ciò che spinge a compimento la tragedia. 
“Sì, un uomo muore per il veleno di sostanze malefiche che lo attaccano da dentro. La morte è un’esperienza interna. Così si stupisce Amleto di fronte all’esistenza. 
Ogni occasione lo riporta sempre lì, a constatare che di vita si muore.” 
Dell’opera di Shakespeare viene esaltata la profonda conoscenza e messa in scena degli elementi passionali dell’esistenza umana: la passione della ragione che spinge Bruto ad uccidere Cesare e poi se stesso; la passione del dolore, il lutto, che stravolge Amleto; la lussuria, in “Misura per misura”; l’odio di Iago (il vero deus ex machina, il motore primo nella tragedia Otello); l’ira, la pietà, la paura. 
“E’ vitale morire, è mortale allearsi con l’istinto alla quiete”  
L’analisi della Fusini è puntigliosa, si sofferma non solo sulle azioni e sulle battute, ma anche sulle singole parole, sull’etimologia, sul perché Shakespeare ha scelto proprio un termine specifico e non un sinonimo. Passione al cubo, in questo saggio: la palpabile passione dell’autrice per William, la passione di William per le umane passioni. 
Tuttavia mi difettano i fondamentali, per plaudire o criticare: non ho letto le tragedie di Shakespeare (e manco conosco la poesia e la filosofia e i testi biblici dall’origine della scrittura ai tempi nostri). Da lettrice non edotta, posso solo esprimere le impressioni epidermiche senza entrare nel merito dell’analisi : una eccessiva prolissitudine , un pò di scetticismo quando la lettura in chiave cristiana dei personaggi e delle azioni diventa invasiva e pervasiva (e può pure essere, però a tratti mi sono sembrate proprio esagerazioni). 
Per il resto debordantemente e sinceramente appassionante (come sottotitolo comanda).